Il traditore
Questa non è una
recensione. Anche se in fondo alla pagina troverete un giudizio,
questo scritto vuole essere più che altro una piccola nota a margine
della squisita recensione del mio collega. Nota inerente al rapporto
tra il libro “La Talpa” e il film omonimo.
Nel gioco delle
differenze tra libro e trasposizione filmica, salta subito agli occhi
la magnifica sequenza della festa natalizia al Circus. Nel film essa
è la colonna portante del plot (ripresa ben tre volte), ma nel libro
non esiste affatto. Con questo semplice esempio si intuisce come
Alfredson abbia preso la materia narrativa del romanzo come punto di
partenza, per farne poi qualcos'altro di tutto suo. Operazione,
questa, peraltro candidamente ammessa dal regista svedese e più che
avallata da LeCarré (che figura come produttore). Ora si potrebbe
abbozzare un discorso squisitamente semiotico sulla “narrazione”
declinata su vari medium, ma a me non va di scriverla e sicuramente
a voi non va di leggerla. Per cui andiamo avanti con il nostro
“doppio” Smiley. Alfredson si dimostra un maestro nel conservare
su pellicola le bellissime caratterizzazioni dei personaggi
letterari, magari non approfondendone tutte le sfaccettature psicologiche (per ovvi motivi di tempo), ma facendo trasparire con
nitidezza il senso di profonda solitudine che li pervade. Film e
libro, quindi, ruotano intorno al tema centrale della solitudine. Una
volta impostato questo asse portante tematico, Alfredson può
liberamente reinventare il plot: aggiungendo o stravolgendo
situazioni, restituisce intatto lo spirito del libro. Il regista
quindi smonta e rimonta a piacimento intere sequenze del libro,
aggiungendo anche situazioni inesistenti. Poco importa: il risultato
finale è lo stesso – ottimo – del libro. E poco importa (o
importa relativamente) chi sia il traditore o perché tradisca,
quello che interessa veramente è la vicenda tremendamente umana dei
personaggi. Tutti quanti schiacciati da un sistema che credono di
poter assoggettare e che invece si rivela essere ingestibile.
Individuo e sistema sono dunque legati da un rapporto che vede il
primo costantemente subordinato al secondo. Subordinazione costante
che però viene messa da parte nel finale del film, determinando così
la differenza più clamorosa con la pagina scritta: il libro non
prevede gratificazione completa per gli sforzi dei personaggi, il
film invece sì. Per dirla in altre parole, il film inventa un
happy-ending che nel libro non esiste. Il motivo di questo
“tradimento” è forse da rintracciare nelle dinamiche commerciali
del film, in quanto rende certamente di più far uscire gli
spettatori dalla sala con il cuore scaldato dalla bellissima “La
mer”, piuttosto che abbattuti dal grigio senso di frustrazione
del testo originale. Peccato. Lasciando intatto il ben più amaro
finale letterario, Alfredson avrebbe realizzato un capolavoro
assoluto. Così facendo, ci regala comunque un ottimo film.
Voto: *** ½
Davide Mazzoni

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