martedì 7 febbraio 2012

[recensione] La Talpa (fatta da chi HA letto il libro)


Il traditore

Questa non è una recensione. Anche se in fondo alla pagina troverete un giudizio, questo scritto vuole essere più che altro una piccola nota a margine della squisita recensione del mio collega. Nota inerente al rapporto tra il libro “La Talpa” e il film omonimo.




Nel gioco delle differenze tra libro e trasposizione filmica, salta subito agli occhi la magnifica sequenza della festa natalizia al Circus. Nel film essa è la colonna portante del plot (ripresa ben tre volte), ma nel libro non esiste affatto. Con questo semplice esempio si intuisce come Alfredson abbia preso la materia narrativa del romanzo come punto di partenza, per farne poi qualcos'altro di tutto suo. Operazione, questa, peraltro candidamente ammessa dal regista svedese e più che avallata da LeCarré (che figura come produttore). Ora si potrebbe abbozzare un discorso squisitamente semiotico sulla “narrazione” declinata su vari medium, ma a me non va di scriverla e sicuramente a voi non va di leggerla. Per cui andiamo avanti con il nostro “doppio” Smiley. Alfredson si dimostra un maestro nel conservare su pellicola le bellissime caratterizzazioni dei personaggi letterari, magari non approfondendone tutte le sfaccettature psicologiche (per ovvi motivi di tempo), ma facendo trasparire con nitidezza il senso di profonda solitudine che li pervade. Film e libro, quindi, ruotano intorno al tema centrale della solitudine. Una volta impostato questo asse portante tematico, Alfredson può liberamente reinventare il plot: aggiungendo o stravolgendo situazioni, restituisce intatto lo spirito del libro. Il regista quindi smonta e rimonta a piacimento intere sequenze del libro, aggiungendo anche situazioni inesistenti. Poco importa: il risultato finale è lo stesso – ottimo – del libro. E poco importa (o importa relativamente) chi sia il traditore o perché tradisca, quello che interessa veramente è la vicenda tremendamente umana dei personaggi. Tutti quanti schiacciati da un sistema che credono di poter assoggettare e che invece si rivela essere ingestibile. Individuo e sistema sono dunque legati da un rapporto che vede il primo costantemente subordinato al secondo. Subordinazione costante che però viene messa da parte nel finale del film, determinando così la differenza più clamorosa con la pagina scritta: il libro non prevede gratificazione completa per gli sforzi dei personaggi, il film invece sì. Per dirla in altre parole, il film inventa un happy-ending che nel libro non esiste. Il motivo di questo “tradimento” è forse da rintracciare nelle dinamiche commerciali del film, in quanto rende certamente di più far uscire gli spettatori dalla sala con il cuore scaldato dalla bellissima “La mer”, piuttosto che abbattuti dal grigio senso di frustrazione del testo originale. Peccato. Lasciando intatto il ben più amaro finale letterario, Alfredson avrebbe realizzato un capolavoro assoluto. Così facendo, ci regala comunque un ottimo film.

Voto: *** ½

Davide Mazzoni


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