Ce lo vedo, Joel Coen.
Ce lo vedo, mi sembra di averlo davanti ai miei occhi proprio in questo momento: hanno appena girato la scena in cui a Lundegaard è stato rifiutato il prestito dal suocero, la troupe è ancora nel palazzone che si organizza per spostare le atrezzature, Ethan è nascosto da qualche parte a modificare qualche linea di dialogo. Joel invece si è affacciato a una finestra e guarda il parcheggio in basso. Per aiutare a figurarvi la scena vi dico che all'epoca Joel è pressapoco così:
Una specie di cavallo ibridato con Egon dei Ghostbusters
E' affacciato alla finestra, dicevo, gli occhiali appannati dal freddo e dalla condensa del pessimo caffé americano che sorseggia pensoso. E guarda il parcheggio in basso, dicevo.
I Coen, secondo chi scrive, sono tra i pochi registi yankee ad avere un senso per la profondità linguistica del significante a livello istintivo. Loro lo intuiscono cosa possa aiutare a far emergere in una pellicola ciò che non può essere detto con le parole, quel segno in più, quel particolare che riesca a fondere il descrittivo al metafisico.
E Joel guarda in basso, gli occhi piantati su quel parcheggio puntellato di piante e lampioni, pavimentato da un accecante tappeto di ghiaccio, che da dove lo sta guardando appare come un quadro irreale, astratto, fantasmatico. Lontano, in tutti i significati che questa parola può assumere.
"Se riprendiamo Lundegaard che ritorna alla macchina da quassù" pensa "Apparirà piccolo, solo e circondato da un deserto di freddo, una formica dispersa in quadro di Hopper sotto acido. E in dieci secondi di girato avremo riassunto il significato più profondo della pellicola. Non lo so perché, ma è così..."
Chiama Ethan, l'altro fratellocoen, che all'epoca è così:
Chiama Ethan, dicevo, gli spiega l'inquadratura e il piano di ripresa. Il fratello più piccolo sghignazza e accetta l'idea. A fine giornata questi due nerd che a vederli non gli affideresti neanche la tua pedina di HERO QUEST hanno tirato fuori questa cosa:
Questa cosa, hanno tirato fuori. Che è tutto FARGO, il film per intero. E' la solitudine, l'incomunicabilità, lo spaesamento morale e l'aridità d'animo dei personaggi che puntellano la pellicola; ed è freddo, neve, distacco, straniamento dal punto di vista canonico (quello politicamente corretto). Questa inquadratura è il riflesso della perdizione lugubre, muta e stanca che pervade l'intero film.
Questa inquadratura è il FILM.
Perché sì, FARGO non è altro che un parcheggio vuoto attraversato da un uomo solo che cammina tra piante morenti.
Liam Neeson. Sessant'anni che si vedono tutti, uno sguardo da tonno senza pace e un fisico e delle movenze da guida del CAI. Liam Neeson. Una grande carriera presa a mazzate nell'ultimo decennio dalla continua, cieca e auto-lesionistica scelta di copioni sbagliati che in confronto Nicolas Cage se la tira peggio di Daniel Day-Lewis. Un uomo dalla credibilità prossima allo zero assoluto, specie se il film che ci si approccia a visionare tratta di tizi americani che si devono salvare da un branco di lupi affamati dopo essere scampati a un disastro aereo nel bel mezzo dell'Alaska più stronza. Li chiamano Survival Movie, oggigiorno, questi films, e quando me lo dicono per un attimo penso che l'accenno alla sopravvivenza sia riferito a me che il film lo devo vedere. Scherzo, non lo penso, volevo solo fare il simpaticone scrivendolo. Liam Neeson. Attore. Joe Carnahan. Regista. Un duo di adulti che è responsabile di aver portato nelle sale quel capolavoro dello schifo assoluto che è la versione cinematografica dell' A-Team". Ora la strana coppia ci riprova, e noi non ci fidiamo manco per un secondo. Liam Neeson. Una persona apparentemente sana di mente (e adulta, lo ripeto) che dopo aver visionato il montaggio definitivo di Taken, di cui è protagonista e che in confronto il sopracitato A-TEAM pare girato da Walter Hill, ha avuto il tatto di firmare per il sequel. Lo so, lo so: i soldi, che TAKEN è uno dei successi planetari più inspiegabili della storia del cinema (magari non l'avete visto, ma date un'occhiata agli incassi su rottentomatoes). I soldi, dicevo. Però volevo dire 'sticazzi, perché c'è un limite anche allo schifo assoluto, e chiamerò questo invisibile confine "limite A-team": ecco, TAKEN supera di dieci tacche questa triste frontiera, assestandosi nello scalino sottostante di qualità del cinema che in questa sede chiamerò "Crimine contro l'umanità". Insomma, Liam Neeson, un attore in declino sull'orlo di diventare un caso umano. E Joe Carnahan, un ex-giovane di belle speranze sull'orlo di diventare il male assoluto. Due personaggi artisticamente border-line che si ritrovano nell'Alaska più stronza, ovvero il luogo border-line per eccellenza se sei un americano tonto. E questa è la prima delle innumerevoli metafore di "The Grey" (nota: vorrei puntualizzare che le metafore nei film ce le mettiamo noi, eh, mica ci sono per davvero!). Dicevo, si prospetta il disastro. Si prospetta il ridicolo e si prospettano le risate col dito puntato verso il faccione della guida del CAI. E invece succede l'imprevisto. Succede che...
"It's a sad and beautiful world", diceva il mai abbastanza compianto Mark Linkous.
"It's a sad and beautiful world", diceva in Daunbailò Roberto Benigni nella sua prima vita, che era quella in cui non ti veniva voglia di impalarlo con un pentacolo ogni volta che apriva bocca.
Insomma, è un mondo triste e bello, e se il fatto che sia triste non è per un cazzo una novità, a sorprenderci c'è il raro rivelarsi dinnanzi ai nostri sguardi stupiti di una sorpresa positiva e inaspettata: infatti, per chiudere finalmente quei puntini di sospensione stilati in maiuscoletto più sopra, succede che "The Grey" è un gran bel film, eccezionale forse, se si considera quanto ero partito prevenuto. E Neeson non cerca di fare il cazzuto di azione (oddio, forse un pochino si) e si comporta esattamente come si comporterebbe una guida del CAI leggermente più con le palle della media delle guide del CAI. Ed è questo a renderlo REALMENTE eroico, il suo essere personaggio prima che pupazzo d'azione.
Film anomalo, questo "The Grey", una specie di frullato di vari modi di sentire cinema pescati dai più disparati ambiti: abbiamo la secchezza nei rapporti tra i protagonisti di un Boorman o un Hill, la descrizione della spietatezza della natura che potrebbe appartenere a un Herzog (perdonami Werner, ma l'ho pensato e ora l'ho pure scritto) e una profonda carica emotiva (con tanto di flashback) sommata a una propensione ai metaforoni uomo/natura/Dio che ci si aspetterebbe da Terrence Malick. Il tutto declinato su una solida base da survival moderno che grazie alle specifiche sopraelencate apre le ali e vola alto.
Il pericolo di un pedestre tentativo di presentare un "grandi autori remix" è sempre dietro l'angolo e la possibilità che la barca affondi è tangibile: ma non accade, miracolo, i due adulti sull'orlo del baratro portano a casa un film notevole, perché a impastare la miscellanea di stili che forgiano la pellicola abbiamo l'ingrediente più importante di tutti, la sincerità.
it's a sad and beautiful world
La sincerità di una trama lineare e priva di fronzoli, la sincerità e la profonda semplicità della declinazione del concetto di "voglia di sopravvivere", la sincerità della guida del CAI (che stavolta sembra crederci davvero) e di un cast di comprimari per una volta convincente. Insomma, un'operazione del tutto riuscita. Se poi siete degli zoologi e avete voglia di rompere i coglioni sul fatto che i lupi si comportano come in un fantasy, avete sbagliato film: perché "The Grey" è un film di metafore, i lupi sono metaforici e la loro interpretazione trascende su tutta la linea la scientificità e il realismo. Quindi abbassate a icona WIKIPEDIA e riaprite pure YOUPORN.
Sconsiglio vivamente il film a chiunque sia in cerca di una pellicola in cui Liam Neeson fa a botte coi lupi e vince, perché la cosa non accade mai e un pubblico del genere potrebbe sentirsi truffato. E' altresì intimato a tenersi lontano chi odia il lirismo drammatico e le scene che esso genera, i cosidetti Malick Moment, che sono uguali ai Magic Moment con la differenza che invece che ridere si piange.
Il finale, per esempio, è un enorme Malick Moment dai tempi dilatatissimi,e l'ellissi su cui si chiude è quanto di più azzeccato si potesse sperare da un film del genere. Insomma, applausoni.
P.S. Il cinema è linguaggio, traducibile da visivo a scritto nei più disparati modi. Un'inquadratura è infatti sezionabile in complementi, verbi, soggetti allo stesso modo in cui essa è girata a partire da una sceneggiatura scritta. Insomma, avete presenti quegli schifosissimi libri tratti dai film? Una cosa del genere. Per esempio, se vediamo un lupo che corre nel bosco, possiamo individuare il soggetto nel lupo, il verbo nel correre e il complemento di luogo nel bosco. Non è una traduzione obbligatoria, sia chiaro, però certamente sarà la più diffusa e istintiva. IL LUPO CORRE NEL BOSCO.
Ecco, in "The Grey" c'è una scena in cui Liam Neeson, ormai snervato e rassegnato, si mette a parlare al cielo e in un paio di campi e controcampi che sono puro linguaggio capiamo che egli sta parlando con Dio. LIAM STA PARLANDO CON DIO. Insindacabile. E si incazza da morire, tanto che a un certo punto gli urla un secco ed eloquente FIGLIO DI PUTTANA, così, tra i denti, in mezzo all'Alaska più stronza. Ecco, siamo sulla linea dell'OFFSIDE della bestemmia, in fuorigioco dubbio, con la testa che non si sa se è avanti o indietro rispetto all'ultimo terzino. Il film, a livello visivo, ci urla a pieni polmoni che il protagonista sta parlando con Dio e, non appena anche gli spettatori che stavano limonando lo hanno compreso, ecco che parte un magnetico FIGLIO DI PUTTANA che strappa un applauso mentale a mezza platea.
La scena migliore di un ottimo film.
LA FRASE:
"Figlio di puttana!" (Liam Neeson a Dio)
Il Trailer è ingannevole, guardatelo con gli occhi di quelli
Ti aspetti un'arguta e
deliziosa commedia all'inglese e invece ti propinano una farsaccia
cui il modello di riferimento è la comicità pruriginosa e volgare
di “Tutti pazzi per Mary”. Data la provenienza americana di
regista, sceneggiatori e metà cast, c'era forse da aspettarselo.
L'invenzione del vibratore è usata come giustificazione di partenza
per parlare del ruolo sociale delle donne in epoca Vittoriana , con un
occhio ai giorni nostri. La Gyllenhall
fa la suffragetta e la Jones fa la sorella conformista. Il medico
liberal interpretato da Hugh Dency deve scegliere tra le due. Sapendo
già come va a finire dopo dieci minuti, la noia regna sovrana. I
restanti ottanta minuti sono infatti uno strazio di scenette comiche
infantili e di dialoghi stantii. Infine, imbarazzante nonché
ipocrita il finale, dove la Suffragetta, che giustamente rivendica
indipendenza e potere sociale riesce ad avere la meglio sulla vita
carogna SOLO grazie all'aiuto di un uomo. La sala (gremita di
giovani), comunque, apprezza: mai sentite in vita mia così tante
risate durante la proiezione di un film. Mi rimane quindi un dubbio:
sono io di gusti difficili o sono loro di bocca buona? A voi la
risposta.
Voto:
* ½ (sarebbe *.
Il mezzo in più è tutto del redivivo Rupert Everett, che svetta
sugli altri attori e regge di peso l'intero film, anche grazie
all'unico personaggio scritto in maniera decente dagli sceneggiatori)
Knockout
– Resa dei conti
Steven
Soderbergh ce l'ha fatta di nuovo: raccontando una storiella dal
soggetto esile esile e dallo svolgimento risaputo è riuscito a
realizzare un film dove la componente tecnica è talmente superba che non si può che rimanere ammaliati. Il buon Steven – insieme
all'altro grande autore "mainstream” di Hollywood, David Fincher
– sta infatti definendo la grammatica del cinema hollywoodiano a
venire, creando la forma classica del domani. In pratica sta facendo,
per gli anni '10 (fa specie scrivere '10), quello che Tarantino ha
fatto per i '90 (partendo da indipendente, in realtà), Spielberg per
gli '80, Coppola per i '70 e così via. Per quel che riguarda
Knockout nello specifico, la storia è veramente semplice: una
mercenaria a contratto cerca vendetta dopo essere stata tradita dal
datore di lavoro. Al di là della messa in scena, è notevole la
costruzione narrativa a flashback e l'interpretazione della Carano,
vera lottatrice professionista prestata al cinema. La sua performance
(anche fisica) non sfigura davanti ai vari Fassbender, Douglas,
Banderas, McGregor... Mi preme infine sottolineare come Knockout sia
un vero film “femminista” (quello che Hysteria si spaccia di
essere, ma non è), dove l'unica donna presente nel film (è davvero
l'unica, fateci caso) ha la meglio su una schiera di uomini solo
grazie alle sue capacità. Che dire? Bravo Soderbergh!
Finalmente! Finalmente l'Academy ha indovinato l'assegnazione degli oscar! Non ho visionato in diretta la cerimonia, però il mio cane mi ha assicurato che Billy Crystal è stato oltremodo brillante... Rullo di tamburi... il tempo dell'asservimento ai verdetti del botteghino e della premiazione dei film più piacioni e imbecilli è finito. E non posso che rallegrarmene!
Dunque passiamo in rassegna e commentiamo la consegna delle principali statuette!
MIGLIOR FILM E MIGLIOR REGIA
TAKE SHELTER
Qui i giovanotti dell'Academy hanno fatto una scelta davvero condivisibile, quasi commovente nel suo essere fuori dalle previsioni. Hanno premiato un film lontano dalle logiche di consumo a stelle e strisce, una pellicola quasi indipendente. Un capolavoro, che riesce a essere universale pur mantenendo una poetica di fondo fortemente americana, centrando l'obbiettivo di apparire consolatorio e straziante nello stesso momento, creando un cocktail emozionale indimenticabile. L'immagine del giovanissimo Jeff Nichols che piange impugnando l'oscar rimarrà uno dei vertici della serata losangelina.
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
GARY OLDMAN - LA TALPA
Devo dire che era nell'aria. Forse io avrei premiato lo Shannon di Take Shelter, ma direi che il trionfo di Gary Oldman non può che mettere tutti d'accordo. Il suo George Smiley è mimetico e immenso, riesce a essere espressivo senza muovere un muscolo, la sua emozione arriva tutta dagli occhi, ora grandi, ora piccoli, ora perplessi, ora determinati. Un attore perfetto in un film perfetto. E una perfetta scelta da parte dell'Academy. Il discorso di Oldman al ricevimento della statuetta è stato assai spassoso (soprattutto la parte sull'irreperibilità di un buon sorbetto al limone all'interno della base di Guantanamo).
MIGLIOR ATTRICE
ROONEY MARA
E questo è sacrosanto. Quando hanno chiamato il suo nome il mio cane si è messo ad abbaiare furiosamente. Poi si è fatto la pipì addosso. Per cercare di distogliermi dalla gravità del suo misfatto, l'animale si è messo poi a farneticare su quanto la Mara dal vivo non sia nemmeno una brutta femmina. Io l'ho bastonato comunque, con l'aggravante che un cane che guarda le femmine umane mi odora di morboso.
Ma torniamo seri. La Lisbeth Salander del film di Fincher è veramente qualcosa di strepitoso (che fa le scarpe alla comunque brava Noomi Rapace). E poi mi piace quest'attitudine dell'Academy di lasciare all'asciutto la vecchia guardia e premiare i giovani meritevoli. Per un attimo mi era balenata l'idea che potessero consegnare la statuetta a Meryl Streep, ma poi ho pensato alla sua cofana nel film della Tatcher e mi sono detto: "Impossibile...".
E infatti, fortunatamente, avevo ragione.
MIGLIOR FILM STRANIERO
FAUST
Qui mi si è lussata la sospensione d'incredulità. Oscar a Faust? Ebbene sì, e a ricevere la statuetta c'era pure l'attore che fa il Diavolo, accompagnato da una squadra di demonietti di bolge minori. Sokurov ha cantato la canzone "Samarcanda" vestito da idraulico. Un altro premio azzeccato. Il miglior film dell'anno. Ma solo dell'anno?
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
WOODY ALLE - MIDNIGHT IN PARIS
Un oscar a Woody Allen. E se devo proprio dire, malgrado sia molto felice per uno dei miei autori preferiti, questa è l'unica statuetta che desta in me qualche perplessità. Con tutte le cose spettacolari che ha scritto il piccolo newyorkese negli ultimi cinque lustri, proprio per questo (pur gradevole) film me lo andate a premiare? E solo perché ha incassato?
In ogni caso, a parte quest'ultima assegnazione - condivisibile ma non del tutto meritata, gli oscar 2012 sono stati davvero, e finalmente, una festa del cinema!
A domani per il commento sulla vittoria per la MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE da parte del CARNAGE di Roman Polanski!
E' il 1990. Si chiude un
decennio, gli anni '80, dominato dal culto del corpo. Il cinema non
ha fatto che alimentare (con sommo gaudio) questo culto. Da Rambo a
Robocop, passando per 9 settimane e 1/2, Nightmare e DirtyDancing.
In ogni suo genere, il cinema americano eighties esalta il
corpo umano. Atto di Forza/Total Recall (regia di Paul Verhoeven) arriva a
chiudere i conti con questa tematica che ha ossessionato (e continua
ad ossessionare) un'intera cultura. Aprendo la strada, peraltro, ad
un'altra ossessione quale la realtà virtuale. Ma andiamo con ordine.
Atto di Forza si pone come parola definitiva sul ruolo del corpo e della
fisicità all'interno della società. Tra corpo ed intelletto qual'è
ad avere la meglio? Senza dubbio il primo. E la cosa risalta ancora
di più se si pensa che il film è tutto incentrato sulla
sostituzione delle identità e sullo scambio di persona. Ovvero corpi
identici, ma psiche del tutto diversa. La pellicola è dunque un
manifesto alla fisicità, intesa come celebrazione dell'atto fisico.
Atto fisico ovviamente preponderante rispetto all'atto
mentale/intellettuale. Una sequenza per tutte: Schwarzy che si libera
dal giogo mentale distruggendo pezzo per pezzo (e con gran sfoggio di
muscoli) la macchina che lo tiene prigioniero. Estremizzando il
concetto, si potrebbe sostenere che il film rappresenti anche la
vittoria del fisico anche sulla macchina: il corpo indistruttibile di
Schwarzy che demolisce macchine all'apparenza indistruttibili (nota:
Schwarzenegger, in quanto Corpo per eccellenza, è ovviamente
perfetto per questo ruolo). Macchine, del resto, frutto
dell'intelletto umano.
Questo per dire della
corporeità del cinema Usa negli anni '80. Atto di Forza, però, si
pone anche come vera e propria pietra angolare del cinema di
fantascienza. Basti pensare a quanti film hanno preso a piene mani
dalla trama del film di Verhoeven. Johnny Mnemonic, Matrix e Strange Days in primis,
fino ad arrivare – soprattutto – a quel capolavoro che è
Inception, vero e proprio aggiornamento/approfondimento di Atto di
Forza. A partire dalla struttura narrativa a scatole cinesi tipica
del film sul sogno nel sogno, ovvero il sogno nel sogno nel film (che
è – di per sé – un sogno), fino ad arrivare alla piattezza
psicologica dei personaggi (sono personaggi di un sogno, non hanno
spessore). Di Atto di Forza colpisce poi la trasandatezza della
scenografia e la sua smaccata artificiosità. Come a dire: è tutto
finto; è tutto un sogno. Artificiosità quindi voluta e non subita,
dato anche che Atto di Forza – tipico film da incasso – ha goduto
di un budget sostanzioso e di tutti i privilegi del caso (dal cast di
stelle a un regista come Verhoeven, che dir di punta è dir poco per
il 1990).
Atto di Forza rimane
dunque in mezzo a due istanze narrative: da una parte l'esaltazione
del corpo umano tipica dell'edonismo reaganiano anni '80, dall'altra
una seria ed articolata riflessione sullo statuto di verità/finzione
che sta alla base del concetto di realtà virtuale. Concetto che
infatti verrà ripreso più volte dalla cinematografia di
fantascienza durante gli anni '90, fino a diventare vera e propria
ossessione negli anni Duemila. Questo suo essere precursore, fa
quindi di Atto di Forza un film basilare per la cinematografia
odierna.
Vogliamo riaprire il discorso sulla sciagurata distribuzione italiana, che da qualche anno a questa parte un film straniero se non c'è George Clooney ce lo fa vedere COL CAZZO?
Lasciamo perdere. Che tanto per il momento non ci si può fare niente: e così, mentre i multiplex sono infestati da quel supponente ammasso di stronzate precotte che è "Paradiso amaro", ecco che il film BELLO sul senso di famiglia, quello GROSSO, quello DA VEDERE, se ne rimane oltre l'atlantico a raccogliere (meritatissime) lodi. Ve lo dico spassionatamente, scaricatelo (l'originale più i sottotitoli), perché è un capolavoro.
E' il film che avrebbero scritto insieme Malick, Cronenberg e M. Night Shyamalan (ve l'immaginate una compagine più buffa?) se in un ipotetico mondo parallelo si fossero trovati a prendere un aperitivo. Qui abbiamo la messa in scena estatica del primo, la tensione psicologica (psichiatrica) del secondo e il senso di suspance artigianale del terzo (metto in chiaro che a mio parere Shyamalan a girare un film così bello non ci è neanche mai andato vicino). E ad impastare questo turbine di eccellenze abbiamo il calore, il calore umano di cui la pellicola è ricolma e il cui specchio iconico sono gli occhi di lei:
Parla del voler bene, questo film, e poche pellicole lo hanno fatto in modo così brillante negli ultimi anni e pochi personaggi lo hanno mostrato così bene come quello splendidamente interpretato da Jessica Chastain, moglie dolce ma combattiva, pronta ad andare contro a tutto e a tutti per riprendersi indietro la vita che gli si sta squagliando tra le mani. Sulla trama non vi dico niente, anticipandovi tuttavia che il film è un THRILLER psicologico (che l'ultimo paragrafo potrebbe indurvi a pensare di trovarvi di fronte a un drammone in salsa yankee): e che la regia di Nichols è di quelle che ti fa pensare che il ragazzo avrà un futuro di quelli brillanti davvero (messa da parte la regia glaciale ed elegante, pensate anche solo all'utilizzo del suono nel risveglio dal primo incubo, da antologia). Infine (last but not least) c'è lui:
La faccia di Michael Shannon renderebbe disturbante anche un episodio de "La casa nella prateria", la sua interpretazione di Curtis LaForche renderebbe buono anche un film mediocre (e questo è un GRANDE film). Shannon è uno dei più grandi attori della nuova generazione, dovreste visionare "Take shelter" anche solo per applaudire la sua prova.
Un film immenso, il cui twist finale per una volta (e al contrario che nei film di Shyamalan) è portatore di una chiava interpretativa struggente e catartica.
Perché se è vero che il mondo è un brutto posto, è altrettanto vero che talvolta il suo caos può avvicinare la vita all'arte o, più semplicemente, trasfigurare l'amore in un orizzonte buio e tempestoso.
****
Ndg [nota di Gratta]: Finalmente una pellicola che, sul suo stesso campo, lo ficca dritto nel culo a quel guazzabuglio sopravvalutato che è Donnie Darko.
Mentre mi chiedo cosa diavolo ci faccia lo spettro scarnificato di Diderot nel mio salotto in questo gelido pomeriggio di febbraio, ecco che il mio quantomeno bislacco interlocutore prende parola, domandandomi che fine abbiano fatto nei nostri caotici tempi "terzomillenari" la sua vetusta teoria dei rapporti della percezione dell'oggetto artistico. Provo a svicolare la domanda offrendo a Diderot una tartina burro e acciughe, ma lui risponde: "Se ai barbari non piacerà la complessità delle nostre melodie e noi non gradiremo l'eccessiva semplicità delle melodie dei barbari, quanti biglietti finiranno per essere rimborsati?". Capisco allora che il saggio e defunto francese non smetterà di far puzzare la sua carcassa nel mio salotto finché non avrò trovato una risposta convincente per la sua questione. Il problema è che questa risposta io non ce l'ho. "Il novecento ha fatto a pezzi l'armonia dell'arte e i suoi rapporti indissolubili, la proporzioni tra il tutto e le sue parti e come se non bastasse oggi come oggi non si può più fumare nei locali pubblici..." continua Diderot disperato. "Ce l'hai una termocoperta? ho freddo..." conclude. Mentre sono in procinto di domandare al filosofo se è disposto ad aiutarmi a spalare la neve da davanti al garage, ecco che mi viene in mente che oggi è San Valentino. Che per me è e rimarrà sempre e unicamente quello della strage. E allora mi viene in mente un film. Chissà se lo danno in TV... l'antefatto di quella pellicola prende proprio spunto dalla celeberrima strage commissionata da Al Capone ai tempi del proibizionismo... Forse La7... Accendo la TV e comincio a vagare pigramente tra i canali, capendo ben presto che la mia ricerca sarà vana. "Sai che cos'è un film?" domando distrattamente a Diderot. "Oh, certo!" risponde. "E' quella cosa in cui lui a un certo punto dice a lei: ti farei un vestitino di saliva... giusto?" Mentre mi rassegno all'idea che l'unica pellicola visionata dall'illustre francese nel corso della sua "morte" sia "Coraggio... fatti ammazzare..." di Clint Eastwood, ecco che mi ritrovo davanti al computer a tentare di trovare il film di "San Valentino" in streaming. Anche qui niente da fare, che da quando hanno dato quindici anni a quello di Megavideo non c'è più un cazzo da ridere.
Maledizione, quel film sì che darebbe un'idea di "rapporti tra le parti" a questo maledetto rompicoglioni. Ha una sceneggiatura fuori dalla grazia del signore, fin troppo perfetta, tanto limata da essere quasi odiosa: è armonia allo stato puro, è riconciliazione con la finzione, un metronomo a ventiquattro fotogrammi al secondo! Se trovassi il dannato film potrei lasciare Diderot a guardarlo nel mio salotto e, che ne so, andare a bermi un veloce aperitivo in paese. Avevo il VHS, ma credo di averlo buttato... si, l'ho buttato sicuramente.
Niente da fare.
Non ho idee alternative.
Diderot è sul divano, che per colpa delle sue membra macilente adesso è completamente imbrattato di sangue. "Maledetto cadavere!" esclamo ormai spazientito!
"Non te la prendere..." mi risponde lui. "D'altronde... Nessuno è perfetto!"
Rimango basito.
Che mi stia prendendo per il culo, questo maledetto francese?
Le rubriche fioccano! Forse una simbiosi con le intemperie di questi giorni? Boh, chissenefrega. Con questo appuntamento cercheremo di proporvi i migliori film che sono stati trascurati dalle distribuzioni italiane ma che meritano assai più riguardo di certe schifezze che invece le sale le infestano.
Dunque, "The limits of control". A girarlo non è stato un astro nascente, ma il cazzutissimo maestro che è Jim Jarmusch (che adesso pare stia girando un film di vampiri con Michael Fassbender... Mi fido alla grande!). La critica americana lo ha più o meno falcidiato, ma vi basterà un breve tour su rottentomatoes (database che raccoglie la media di gradimento di tutte le recensioni a stelle e strisce) per rendervi conto di quanto poco gli yankee ci azzecchino. E non ci hanno azzeccato nemmeno questa volta, perché la pellicola in oggetto è un filmone.
Ai più lungimiranti di voi sarà bastata la locandina (vi sento, siete già in strada che correte al più vicino "Feltrinelli International", vi vedo passare all'interno del cerchio rosso, di fianco a Isaac de Bankolé).
Ma quanto è maledettamente bella? Spoglia, pop, beat e blaxploitation allo stesso tempo, calda eppure marziale. Mi è capitato raramente di parlare del poster di un film. Forse mai. Ma qui mi sono arreso, se non altro perché avendo visionato la pellicola so per certo che quella custodia non contiene uno strumento.
"The limits of control" è un film geometrico, fatto di ripetizioni e atti rituali, ma la sua geometria non costruisce un poligono, ma le linee di costruzione di esso, mostrandoci ciò che in un film di genere solitamente viene tagliato e nascondendoci quasi del tutto il plot. Un film sul fuori campo, insomma, costellato da stralunati incontri tutti uguali tra il protagonista e dei misteriosi personaggi (su tutti quello dell'ossigenata Tilda Swinton, magnifica portatrice del significato dell'intera pellicola), che parla in modo più esplicito di quanto non si direbbe a prima vista (eh eh) dei limiti dello sguardo umano e, in seconda battuta, di quelli del cinema. Il controllo della regia di Jarmusch è lo stesso, marziale, del misterioso protagonista, il loro incedere lineare e immemore, il loro essere spogli di tutto ciò che non sia basico (necessario), porta ben presto il noir su binari metafisici e astratti, che per antitesi ci insegnano che non c'è situazione più importante di quella presente e non c'è atto più fondamentale di quello che si sta compiendo.
Sempre.
L'operazione mi è parsa fin da subito intrigante. Se Fincher decide di portare sullo schermo la seconda trasposizione del romanzo più venduto del decennio, ho pensato, qualcosa da dire ce l'avrà.
Mi sbagliavo.
Il film è quindi brutto? Tutt'altro, è molto bello, perché se è vero che il regista non ha niente da dire, il modo in cui NON lo dice è veramente da urlo. Infatti non c'è un elemento della pellicola che non raggiunga l'eccellenza. Per sottolineare la cura della trasposizione lascerei "parlare" per un paio di minuti i titoli di testa.
Eccoli:
James Bond che dà la mano a Spawn, mentre sotto Trent Reznor dà la sua a "Immigrant song". Belli, vero?
Il film scorre appuntito, diretto con mano fredda e sicura, immerso in una magistrale fotografia desaturata, con un incedere geometrico che ricorda "Zodiac" e "The social network" e con una forza visiva disturbante che riporta la mente al più lontano "Seven". Ma, dove in "Seven" c'era Brad Pitt che non sapeva recitare e pertanto si limitava a grattarsi la testa di continuo (non scherzo, controllate) qui c'è lei
Rooney Mara, che si divora la pur brava Rapace nel giro di due primi piani. La sua Lisbeth ha una potenza iconografica dirompente, è veramente difficile anche solo immaginarne una versione migliore. Si divora prima la Rapace e poi la pellicola. Provate a immaginare il film senza il suo personaggio. Terribile, dico bene?
A far sembrare la scena più bella del mondo anche la ripresa di un ciccione che circumnaviga una scrivania ci sono i pazzeschi Reznor e Ross, che con questo score fanno sembrare la loro precedente fatica ("The social network") una robetta da ballo delle debuttanti. Bravi e cazzuti (non vi posto nessun pezzo perché senza film sotto non gli renderei giustizia).
Craig è in parte (dove il tonno del primo film non lo era), Plummer pure (anche se sinceramente non ricordo un film dove non lo sia), le sequenze perfette si susseguono freneticamente, cesellate da un montaggio sartoriale che dovrebbe essere la prima e unica lezione di una scuola di regia.
Quindi stai per dare il massimo dei voti?
No, perché le singole parti non formano un totale degno di esse. A impastare i singoli elementi manca l'anima, manca quella visione registica che trascenda la riduzione del libro.
Fincher ha messo in scena il romanzo senza aver la benché minima urgenza comunicativa, sfruttando "soltanto" il suo immenso talento e finendo per sfornare un grande film con un piccolo cuore.
Clint Eastwood fa parlare di sé con lo spot per il Superbowl, J. Edgar occupa ancora le nostre sale in una selva di pareri contrastanti ma, soprattuto, ieri era il duecentesimo anniversario della nascita di Charles Dickens, che il film che titola questo articolo cita a più riprese.
Tutte queste coincidenze (che non sono proprio coincidenze e non sono proprio tante, ma 'sticazzi) mi portano a parlare di "Hereafter", penultima fatica di Clint, che inaugura la nostra nuova rubrica "il sottovalutato del mese". Molti di voi staranno già caricando la saliva per sputarmi addosso, compreso l'amico Mazzoni, ma prima di aprire il fuoco godetevi questa scena, che da sola basta a farmi dire che "Hereafter" è un capolavoro (splut!... ragazzi, vi avevo detto di aspettare!!!)
Cristo, mi sono commosso un'altra volta, tanto che ormai non riesco più a distinguere le lacrime dallo sputo di cui mi avete ricoperto. Non è forse una magia cinematografica quella a cui avete assistito? Ma basta fare l'imbonitore, è ora di argomentare.
[argomentare è il modo che abbiamo di inventare motivazioni per convincere gli altri di una cosa che per noi non ha bisogno di motivazioni]
Dunque, di Dickens "Hereafter" non è né una riduzione né una biografia, tanto per scartare a priori i rapporti più diretti che un film può instaurare con un'opera letteraria e con il suo autore. Certo, tematiche dickensiane percorrono la pellicola in modo piuttosto evidente: abbiamo, per esempio, la storia di formazione a lieto fine del bambino e i fantasmi visti come figure educative. Ma tutto questo non basterebbe se ad accomunare il film di Clint con gli scritti del maestro inglese non ci fosse quello che in questa sede chiamerò il "calore", ovvero l'umanità nel raccontare gli uomini con la discreta ma immensa passione utile a rendere anche il più banale dei gesti una metafora portatrice di verità. Ecco in cosa "Hereafter" è dickensiano e immenso. Nel suo essere "umano", intimo, vero: nel suo lento e garbato corteggiarci, senza mai apparire violento (nel senso semiotico del termine) né ricattatorio, non cercando scorciatoie né baracconate ma seguendo un ritmo tenue e costante, il ritmo di un fiume che placido scorre verso il mare, un ritmo che dà pace. Il ritmo di Charles Dickens, per l'appunto.
"Hereafter" è un film che regala tempo a chi guarda, invece di rubargliene come ormai troppi ipertrofici film sono soliti fare in questi tempi scellerati.
Ora voi direte: "Sei vecchio, Gratta, parli come un vecchio, come quel vecchio con le palle sotto il mento che invitano sempre da Marzullo!"
Non è così, gentili lettori: perché se è vero che "Hereafter" presenta tutti i crismi di un instant classic, è altrettanto vero che di esso è il superamento o, ancora meglio, la versione 2.0. Perché la materia della pellicola di Eastwood è la modernità, è con essa che dialoga, e l'incedere a tratti rallentato e descrittivo del film complementa il cinema post-moderno (o semplicemente moderno) attestandone tra le righe l'esistenza, l'identità. Come a dire: "Bello il post-moderno... D'ora in poi, perché non facciamo il contrario?. E quindi per assurdo "Hereafter" supera il classico perché più classico, perché frutto di un'operazione razionale di rimozione.
La premiata ditta Sollima
(regia), Petronio, Cesarano, Valenti (sceneggiatura), già autrice
del Romanzo Criminale televisivo, per il suo debutto cinematografico
sceglie A.C.A.B. - All Cops Are Bastards, il libro docu-fiction di
Carlo Bonini sulle vicissitudini quotidiane dei celerini romani.
Scelta rischiosa per il
tema trattato, ma perfettamente in linea con la poetica del
collettivo romano (sempre se di poetica si può parlare): personaggi
controversi e situazioni in bilico sul confine legale/illegale,
inquadrati col rischio calcolato di fascinazione nello spettatore.
Gli autori sono a loro agio con la materia trattata, e si vede.
Controllano temi a dir poco problematici (fascismo, violenza,
intolleranza) con una tecnica che sembrava ormai dimenticata dal
cinema italiano, quella di denunciare una situazione, senza
rinunciare allo spettacolo. La denuncia è chiara: in Italia non
esiste più una società democratica che riesca a dettare la linea
all'azione delle forze dell'ordine. Ci si trova in un far-west dove
si fronteggiano da un lato le forze dell'ordine e dall'altro i
delinquenti (nel caso del film, gli ultras da stadio e i gruppi di
estrema destra), e vince chi riesce a essere più violento. In mezzo
a loro non vi è alcuna istanza mediatrice, né la società civile né
tantomeno il mondo politico. Si fa fatica, in alcune scene di
A.C.A.B., a distinguere tra celerini e delinquenti, in quanto
entrambe le parti professano la medesima dottrina di odio e
prepotenza. In poche parole, la dottrina fascista. Con tutto
l'arredo connesso: il branco, la fratellanza, l'onore, la patria.
Fin qui tutto più che
giusto, ma forse un po' risaputo. Ecco allora dove il film riesce a
trovare vera gloria: grazie alla forte componente spettacolare, lo
spettatore viene calato nei panni del celerino bastardo, senza per
questo che si venga ad instaurare empatia con il personaggio o si
crei una benché minima forma di riconoscimento con esso. Colpisce
dunque il grado zero col quale il regista rappresenta i fatti. Anzi,
più che di rappresentazione, si potrebbe parlare di presentazione,
tale è l'oggettività di sguardo sulla vicenda. Per intenderci: se
nella la serie di Romanzo Criminale si veniva a creare una
consistente dose di empatia tra personaggi e spettatore (dovuta in
gran parte alla psicologia dei personaggi e alla fascinazione visiva
del prodotto), questa partecipazione sparisce del tutto in A.C.A.B.,
dato lo sguardo completamente asettico degli autori. A tutto ciò
vanno aggiunti un'ottima caratterizzazione dei personaggi e una
sapiente sceneggiatura con dialoghi mai banali (era ora! considerando
che trattasi di film italiano, c'è da gridare al miracolo).
Per quel che concerne la
messa in scena, invece, l'armamentario stilistico è lo stesso di
Romanzo Criminale, aggiornato al mezzo cinematografico: montaggio
ultra-serrato e – soprattutto – uso narrativo di brani musicali.
Quest'ultimo aspetto musicale (in Italia pari al solo Sorrentino) è
forse la vera marca stilistica del collettivo romano. Una marca che,
fatte le dovute e sacrosante proporzioni, ricorda certi “montaggi
musicali” nei gangster-movies di Scorsese (vedi: Mean Streets o Quei bravi ragazzi).
Detto questo, è con
molta soddisfazione che si constata la possibile rinascita di un
cinema di genere italiano, lontano dai nomi altisonanti e dagli
autori celebrati. Un cinema che, non rinunciando allo spettacolo,
riesce a delineare un quadro sociale assolutamente attendibile. E
che, soprattutto, non sfigurerebbe se esportato all'estero.
Questa non è una
recensione. Anche se in fondo alla pagina troverete un giudizio,
questo scritto vuole essere più che altro una piccola nota a margine
della squisita recensione del mio collega. Nota inerente al rapporto
tra il libro “La Talpa” e il film omonimo.
Nel gioco delle
differenze tra libro e trasposizione filmica, salta subito agli occhi
la magnifica sequenza della festa natalizia al Circus. Nel film essa
è la colonna portante del plot (ripresa ben tre volte), ma nel libro
non esiste affatto. Con questo semplice esempio si intuisce come
Alfredson abbia preso la materia narrativa del romanzo come punto di
partenza, per farne poi qualcos'altro di tutto suo. Operazione,
questa, peraltro candidamente ammessa dal regista svedese e più che
avallata da LeCarré (che figura come produttore). Ora si potrebbe
abbozzare un discorso squisitamente semiotico sulla “narrazione”
declinata su vari medium, ma a me non va di scriverla e sicuramente
a voi non va di leggerla. Per cui andiamo avanti con il nostro
“doppio” Smiley. Alfredson si dimostra un maestro nel conservare
su pellicola le bellissime caratterizzazioni dei personaggi
letterari, magari non approfondendone tutte le sfaccettature psicologiche (per ovvi motivi di tempo), ma facendo trasparire con
nitidezza il senso di profonda solitudine che li pervade. Film e
libro, quindi, ruotano intorno al tema centrale della solitudine. Una
volta impostato questo asse portante tematico, Alfredson può
liberamente reinventare il plot: aggiungendo o stravolgendo
situazioni, restituisce intatto lo spirito del libro. Il regista
quindi smonta e rimonta a piacimento intere sequenze del libro,
aggiungendo anche situazioni inesistenti. Poco importa: il risultato
finale è lo stesso – ottimo – del libro. E poco importa (o
importa relativamente) chi sia il traditore o perché tradisca,
quello che interessa veramente è la vicenda tremendamente umana dei
personaggi. Tutti quanti schiacciati da un sistema che credono di
poter assoggettare e che invece si rivela essere ingestibile.
Individuo e sistema sono dunque legati da un rapporto che vede il
primo costantemente subordinato al secondo. Subordinazione costante
che però viene messa da parte nel finale del film, determinando così
la differenza più clamorosa con la pagina scritta: il libro non
prevede gratificazione completa per gli sforzi dei personaggi, il
film invece sì. Per dirla in altre parole, il film inventa un
happy-ending che nel libro non esiste. Il motivo di questo
“tradimento” è forse da rintracciare nelle dinamiche commerciali
del film, in quanto rende certamente di più far uscire gli
spettatori dalla sala con il cuore scaldato dalla bellissima “La
mer”, piuttosto che abbattuti dal grigio senso di frustrazione
del testo originale. Peccato. Lasciando intatto il ben più amaro
finale letterario, Alfredson avrebbe realizzato un capolavoro
assoluto. Così facendo, ci regala comunque un ottimo film.
Mi viene in mente il vecchio programma tv "Takeshi's castle" (conosciuto nello stivale italico col nome "Mai dire Banzai") e l'assalto finale che i pochi superstiti alle varie prove cercavano di dare alla fortezza del titolo nel tentativo di espugnarla. Be', non ci riuscivano mai. Takeshi (Kitano) e i suoi sgherri mortificavano le intenzioni bellicose dei concorrenti in una manciata di secondi e in una mezza dozzina di colpi di laser. La sequenza era sempre tristemente rapida, tanto che nella mia mente essa e i titoli di coda del programma si confondono in un unico concetto. "Ora Takeshi li spazza via, il programma è finito". Qui sotto un esempio:
Quello che provo nel vedere i vecchi film del buon "Beat" Takeshi è più o meno la stessa sensazione che devono aver provato i concorrenti nel vano tentativo di conquistare il castello. Un senso di irrimediabile inferiorità, un'inferiorità basica, scontata, di quelle che si provano dinnanzi a un qualcosa di enorme. Mi bastava sapere che la pellicola che stavo per visionare fosse stata diretta dal maestro perché i miei occhi fossero certi di stare per assistere a una magia cinematografica, allo stesso modo in cui uno yakuza che sta per avere un faccia a faccia con il nostro dovrebbe sapere di essere fottuto.
Be', adesso le cose stanno diversamente. Il tempo è passato, e Takeshi è in crisi, gli sgherri lo hanno abbandonato e la fortezza è vulnerabile. Il maestro è il primo ad ammetterlo, i suoi ultimi film ("Outrage" compreso) ne sono lampante testimonianza: Kitano ha perduto il proprio sguardo, quel senso di messinscena sartoriale che rendeva il suo cinema implacabile, che ritraeva la violenza con la sintesi di un Haiku, il sentimento come il più dolce dei silenzi e la risata demenziale come la più alta delle astrazioni. E così il maestro ha finito per auto-analizzarsi, in tre film uguali e diversi tra loro: "Takeshis", "Glory to the filmmaker!" e "Achille e la tartaruga". Le prime due pellicole sono disastrose, un pasticcio tra auto-referenzialità e totale mancanza di ispirazione. Col terzo si ricomincia a ragionare, ma siamo ancora lontani dai fasti di un tempo.
"Takeshis'"- Kitano apre il fuoco verso il proprio parrucchiere
Ma non è in questa sede che voglio aprire una disamine sulla "trilogia della crisi" sopraelencata. Non credo lo farò mai, che certe delusioni ti fanno venir voglia di dimenticare. Quello che voglio dire è che l'amico Takeshi
[mentre scrivo il suo nome mi viene in mente come i suoi segni cinematografici siano stati talmente perfetti da far coincidere il neologismo con la maniera, in scene di tale perfezione da far apparire già classico ciò che era inequivocabilmente pazzesco]
è che l'amico Takeshi è in buona compagnia, poiché gran parte dei recenti maestri orientali (e più o meno la totalità di quelli divenuti celebri in occidente) paiono in grande crisi. Addirittura mi verrebbe da dire che sarebbe ora di aprire un più dibattito a più ampio raggio su questa misteriosa piaga che pare aver colpito il genio di certi registi dell'est, fino a qualche anno fa considerato intoccabile.
Principiamo un didascalico elenco:
Kim ki-duk , che oltre essere molto brutto è pure lui in crisi nera.
"Arirang" è un autoanalisi impietosa e un mediocre film, quasi irritante, durante il quale ti domandi ogni dieci secondi in quale studio oculistico sia andato a farsi fottere lo sguardo cristallino e geometrico del regista di "Ferro3".
Involuzione incredibile, pari solo a quella di Kitano.
Park Chan-Wook, regista della trilogia super cult sulla vendetta ("Mr.Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta). Nel 2009 mi gira "Thirst", e anche con lui ci rimango male. Un film sciatto, noioso e pigro. Dove sono i guizzi di Old Boy? Dov'è l'eleganza di Lady Vendetta? Dove la sospensione di Mr. Vendetta? Da nessuna parte, il film è inerte e la fiducia persa.
Johnnie To, prima di realizzare una terribile commedia romantica, mette in scena "Vendicami". Con tutto il bene che si può volere alla figura dolente e stropicciata di Johnny Hallyday, il film è delirante, stanco e girato con la mano sinistra da metà in poi. Non brutto come "Thirst", né involuto come "Arirang", ma abbastanza sciatto da poter essere paragonato a un qualsiasi action USA. E questo non va bene, giusto?
Accennerei volentieri anche all'iper-produttivo Miike, che è lui
Manu Chao assoldato dal team Zissou
Ma ancora non ho capito se è in crisi o meno, quindi taccio e continuo a ridere guardando la sua foto qui sopra.
Arriviamo alla morale della favola: questi maledetti asiatici sono in crisi. Ma non una crisi da poco, una crisi tipo quella che colpisce loro:
Insomma, un discreto calo di qualità!
Aspettiamo che tutto questo passi, cercando le cause, ma i capolavori di questi simpatici ragazzi ci mancano, ci manca lo straniamento tra culture diverse, ci manca la loro clamorosa perfezione.