martedì 7 febbraio 2012

[recensione] A.C.A.B. - All cops are bastards


Lo spettacolare fascismo quotidiano




La premiata ditta Sollima (regia), Petronio, Cesarano, Valenti (sceneggiatura), già autrice del Romanzo Criminale televisivo, per il suo debutto cinematografico sceglie A.C.A.B. - All Cops Are Bastards, il libro docu-fiction di Carlo Bonini sulle vicissitudini quotidiane dei celerini romani.

Scelta rischiosa per il tema trattato, ma perfettamente in linea con la poetica del collettivo romano (sempre se di poetica si può parlare): personaggi controversi e situazioni in bilico sul confine legale/illegale, inquadrati col rischio calcolato di fascinazione nello spettatore. Gli autori sono a loro agio con la materia trattata, e si vede. Controllano temi a dir poco problematici (fascismo, violenza, intolleranza) con una tecnica che sembrava ormai dimenticata dal cinema italiano, quella di denunciare una situazione, senza rinunciare allo spettacolo. La denuncia è chiara: in Italia non esiste più una società democratica che riesca a dettare la linea all'azione delle forze dell'ordine. Ci si trova in un far-west dove si fronteggiano da un lato le forze dell'ordine e dall'altro i delinquenti (nel caso del film, gli ultras da stadio e i gruppi di estrema destra), e vince chi riesce a essere più violento. In mezzo a loro non vi è alcuna istanza mediatrice, né la società civile né tantomeno il mondo politico. Si fa fatica, in alcune scene di A.C.A.B., a distinguere tra celerini e delinquenti, in quanto entrambe le parti professano la medesima dottrina di odio e prepotenza. In poche parole, la dottrina fascista. Con tutto l'arredo connesso: il branco, la fratellanza, l'onore, la patria.


Fin qui tutto più che giusto, ma forse un po' risaputo. Ecco allora dove il film riesce a trovare vera gloria: grazie alla forte componente spettacolare, lo spettatore viene calato nei panni del celerino bastardo, senza per questo che si venga ad instaurare empatia con il personaggio o si crei una benché minima forma di riconoscimento con esso. Colpisce dunque il grado zero col quale il regista rappresenta i fatti. Anzi, più che di rappresentazione, si potrebbe parlare di presentazione, tale è l'oggettività di sguardo sulla vicenda. Per intenderci: se nella la serie di Romanzo Criminale si veniva a creare una consistente dose di empatia tra personaggi e spettatore (dovuta in gran parte alla psicologia dei personaggi e alla fascinazione visiva del prodotto), questa partecipazione sparisce del tutto in A.C.A.B., dato lo sguardo completamente asettico degli autori. A tutto ciò vanno aggiunti un'ottima caratterizzazione dei personaggi e una sapiente sceneggiatura con dialoghi mai banali (era ora! considerando che trattasi di film italiano, c'è da gridare al miracolo).


Per quel che concerne la messa in scena, invece, l'armamentario stilistico è lo stesso di Romanzo Criminale, aggiornato al mezzo cinematografico: montaggio ultra-serrato e – soprattutto – uso narrativo di brani musicali. Quest'ultimo aspetto musicale (in Italia pari al solo Sorrentino) è forse la vera marca stilistica del collettivo romano. Una marca che, fatte le dovute e sacrosante proporzioni, ricorda certi “montaggi musicali” nei gangster-movies di Scorsese (vedi: Mean Streets o Quei bravi ragazzi).

Detto questo, è con molta soddisfazione che si constata la possibile rinascita di un cinema di genere italiano, lontano dai nomi altisonanti e dagli autori celebrati. Un cinema che, non rinunciando allo spettacolo, riesce a delineare un quadro sociale assolutamente attendibile. E che, soprattutto, non sfigurerebbe se esportato all'estero.

Voto: ***
Davide Mazzoni



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