La premiata ditta Sollima
(regia), Petronio, Cesarano, Valenti (sceneggiatura), già autrice
del Romanzo Criminale televisivo, per il suo debutto cinematografico
sceglie A.C.A.B. - All Cops Are Bastards, il libro docu-fiction di
Carlo Bonini sulle vicissitudini quotidiane dei celerini romani.
Scelta rischiosa per il
tema trattato, ma perfettamente in linea con la poetica del
collettivo romano (sempre se di poetica si può parlare): personaggi
controversi e situazioni in bilico sul confine legale/illegale,
inquadrati col rischio calcolato di fascinazione nello spettatore.
Gli autori sono a loro agio con la materia trattata, e si vede.
Controllano temi a dir poco problematici (fascismo, violenza,
intolleranza) con una tecnica che sembrava ormai dimenticata dal
cinema italiano, quella di denunciare una situazione, senza
rinunciare allo spettacolo. La denuncia è chiara: in Italia non
esiste più una società democratica che riesca a dettare la linea
all'azione delle forze dell'ordine. Ci si trova in un far-west dove
si fronteggiano da un lato le forze dell'ordine e dall'altro i
delinquenti (nel caso del film, gli ultras da stadio e i gruppi di
estrema destra), e vince chi riesce a essere più violento. In mezzo
a loro non vi è alcuna istanza mediatrice, né la società civile né
tantomeno il mondo politico. Si fa fatica, in alcune scene di
A.C.A.B., a distinguere tra celerini e delinquenti, in quanto
entrambe le parti professano la medesima dottrina di odio e
prepotenza. In poche parole, la dottrina fascista. Con tutto
l'arredo connesso: il branco, la fratellanza, l'onore, la patria.
Fin qui tutto più che
giusto, ma forse un po' risaputo. Ecco allora dove il film riesce a
trovare vera gloria: grazie alla forte componente spettacolare, lo
spettatore viene calato nei panni del celerino bastardo, senza per
questo che si venga ad instaurare empatia con il personaggio o si
crei una benché minima forma di riconoscimento con esso. Colpisce
dunque il grado zero col quale il regista rappresenta i fatti. Anzi,
più che di rappresentazione, si potrebbe parlare di presentazione,
tale è l'oggettività di sguardo sulla vicenda. Per intenderci: se
nella la serie di Romanzo Criminale si veniva a creare una
consistente dose di empatia tra personaggi e spettatore (dovuta in
gran parte alla psicologia dei personaggi e alla fascinazione visiva
del prodotto), questa partecipazione sparisce del tutto in A.C.A.B.,
dato lo sguardo completamente asettico degli autori. A tutto ciò
vanno aggiunti un'ottima caratterizzazione dei personaggi e una
sapiente sceneggiatura con dialoghi mai banali (era ora! considerando
che trattasi di film italiano, c'è da gridare al miracolo).
Per quel che concerne la
messa in scena, invece, l'armamentario stilistico è lo stesso di
Romanzo Criminale, aggiornato al mezzo cinematografico: montaggio
ultra-serrato e – soprattutto – uso narrativo di brani musicali.
Quest'ultimo aspetto musicale (in Italia pari al solo Sorrentino) è
forse la vera marca stilistica del collettivo romano. Una marca che,
fatte le dovute e sacrosante proporzioni, ricorda certi “montaggi
musicali” nei gangster-movies di Scorsese (vedi: Mean Streets o Quei bravi ragazzi).
Detto questo, è con
molta soddisfazione che si constata la possibile rinascita di un
cinema di genere italiano, lontano dai nomi altisonanti e dagli
autori celebrati. Un cinema che, non rinunciando allo spettacolo,
riesce a delineare un quadro sociale assolutamente attendibile. E
che, soprattutto, non sfigurerebbe se esportato all'estero.
Voto: ***
Davide Mazzoni



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