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giovedì 7 febbraio 2013

Recensioni - The Grey



Liam Neeson. Sessant'anni che si vedono tutti, uno sguardo da tonno senza pace e un fisico e delle movenze da guida del CAI. 

Liam Neeson. Una grande carriera presa a mazzate nell'ultimo decennio dalla continua, cieca e auto-lesionistica scelta di copioni sbagliati che in confronto Nicolas Cage se la tira peggio di Daniel Day-Lewis. Un uomo dalla credibilità prossima allo zero assoluto, specie se il film che ci si approccia a visionare tratta di tizi americani che si devono salvare da un branco di lupi affamati dopo essere scampati a un disastro aereo nel bel mezzo dell'Alaska più stronza. Li chiamano Survival Movie, oggigiorno, questi films, e quando me lo dicono per un attimo penso che l'accenno alla sopravvivenza sia riferito a me che il film lo devo vedere. Scherzo, non lo penso, volevo solo fare il simpaticone scrivendolo.


Liam Neeson. Attore. Joe Carnahan. Regista. Un duo di adulti che è responsabile di aver portato nelle sale quel capolavoro dello schifo assoluto che è la versione cinematografica dell' A-Team". Ora la strana coppia ci riprova, e noi non ci fidiamo manco per un secondo.


Liam Neeson. Una persona apparentemente sana di mente (e adulta, lo ripeto) che dopo aver visionato il montaggio definitivo di Taken, di cui è protagonista e che in confronto il sopracitato A-TEAM pare girato da Walter Hill, ha avuto il tatto di firmare per il sequel. Lo so, lo so: i soldi, che TAKEN è uno dei successi planetari più inspiegabili della storia del cinema (magari non l'avete visto, ma date un'occhiata agli incassi su rottentomatoes). I soldi, dicevo. Però volevo dire 'sticazzi, perché c'è un limite anche allo schifo assoluto, e chiamerò questo invisibile confine "limite A-team": ecco, TAKEN supera di dieci tacche questa triste frontiera, assestandosi nello scalino sottostante di qualità del cinema che in questa sede chiamerò "Crimine contro l'umanità".


Insomma, Liam Neeson, un attore in declino sull'orlo di diventare un caso umano.

E Joe Carnahan, un ex-giovane di belle speranze sull'orlo di diventare il male assoluto.
Due personaggi artisticamente border-line che si ritrovano nell'Alaska più stronza, ovvero il luogo border-line per eccellenza se sei un americano tonto. E questa è la prima delle innumerevoli metafore di "The Grey" (nota: vorrei puntualizzare che le metafore nei film ce le mettiamo noi, eh, mica ci sono per davvero!).
Dicevo, si prospetta il disastro.
Si prospetta il ridicolo e si prospettano le risate col dito puntato verso il faccione della guida del CAI.
E invece succede l'imprevisto.
Succede che...



"It's a sad and beautiful world", diceva il mai abbastanza compianto Mark Linkous.
"It's a sad and beautiful world", diceva in Daunbailò Roberto Benigni nella sua prima vita, che era quella in cui non ti veniva voglia di impalarlo con un pentacolo ogni volta che apriva bocca.
Insomma, è un mondo triste e bello,  e se il fatto che sia triste non è per un cazzo una novità, a sorprenderci c'è il raro rivelarsi dinnanzi ai nostri sguardi stupiti di una sorpresa positiva e inaspettata: infatti, per chiudere finalmente quei puntini di sospensione stilati in maiuscoletto più sopra, succede che "The Grey" è un gran bel film, eccezionale forse, se si considera quanto ero partito prevenuto. E Neeson non cerca di fare il cazzuto di azione (oddio, forse un pochino si) e si comporta esattamente come si comporterebbe una guida del CAI leggermente più con le palle  della media delle guide del CAI. Ed è questo a renderlo REALMENTE eroico, il suo essere personaggio prima che pupazzo d'azione.

Film anomalo, questo "The Grey", una specie di frullato di vari modi di sentire cinema pescati dai più disparati ambiti: abbiamo la secchezza nei rapporti tra i protagonisti di un Boorman o un Hill, la descrizione della spietatezza della natura che potrebbe appartenere a un Herzog (perdonami Werner, ma l'ho pensato e ora l'ho pure scritto) e una profonda carica emotiva (con tanto di flashback) sommata a una propensione ai metaforoni uomo/natura/Dio che ci si aspetterebbe da Terrence Malick. Il tutto declinato su una solida base da survival moderno che grazie alle specifiche sopraelencate apre le ali e vola alto.
Il pericolo di un pedestre tentativo di presentare un "grandi autori remix" è sempre dietro l'angolo e la possibilità che la barca affondi è tangibile: ma non accade, miracolo, i due adulti sull'orlo del baratro portano a casa un film notevole, perché a impastare la miscellanea di stili che forgiano la pellicola abbiamo l'ingrediente più importante di tutti,  la sincerità. 

it's a sad and beautiful world

La sincerità di una trama lineare e priva di fronzoli, la sincerità e la profonda semplicità della declinazione del concetto di "voglia di sopravvivere", la sincerità della guida del CAI (che stavolta sembra crederci davvero) e di un cast di comprimari per una volta convincente. Insomma, un'operazione del tutto riuscita. Se poi siete degli zoologi e avete voglia di rompere i coglioni sul fatto che i lupi si comportano come in un fantasy, avete sbagliato film: perché "The Grey" è un film di metafore, i lupi sono metaforici e la loro interpretazione trascende su tutta la linea la scientificità e il realismo. Quindi abbassate a icona WIKIPEDIA e riaprite pure YOUPORN. 

Sconsiglio vivamente il film a chiunque sia in cerca di una pellicola in cui Liam Neeson fa a botte coi lupi e vince, perché la cosa non accade mai e un pubblico del genere potrebbe sentirsi truffato. E' altresì intimato a tenersi lontano chi odia il lirismo drammatico e le scene che esso genera, i cosidetti Malick Moment, che sono uguali ai Magic Moment con la differenza che invece che ridere si piange.
Il finale, per esempio, è un enorme Malick Moment dai tempi dilatatissimi, e l'ellissi su cui si chiude è quanto di più azzeccato si potesse sperare da un film del genere. Insomma, applausoni.

Ecco. Non c'è speranza.

io è mezzo film che ti dico che non c'è speranza.

P.S. Il cinema è linguaggio, traducibile da visivo a scritto nei più disparati modi. Un'inquadratura è infatti sezionabile in complementi, verbi, soggetti allo stesso modo in cui essa è girata a partire da una sceneggiatura scritta. Insomma, avete presenti quegli schifosissimi libri tratti dai film? Una cosa del genere. Per esempio, se vediamo un lupo che corre nel bosco, possiamo individuare il soggetto nel lupo, il verbo nel correre e il complemento di luogo nel bosco. Non è una traduzione obbligatoria, sia chiaro, però certamente sarà la più diffusa e istintiva. IL LUPO CORRE NEL BOSCO.
Ecco, in "The Grey" c'è una scena in cui Liam Neeson, ormai snervato e rassegnato, si mette a parlare al cielo e in un paio di campi e controcampi che sono puro linguaggio capiamo che egli sta parlando con Dio. LIAM STA PARLANDO CON DIO. Insindacabile. E si incazza da morire, tanto che a un certo punto gli urla un secco ed eloquente FIGLIO DI PUTTANA, così, tra i denti, in mezzo all'Alaska più stronza. Ecco, siamo sulla linea dell'OFFSIDE della bestemmia, in fuorigioco dubbio, con la testa che non si sa se è avanti o indietro rispetto all'ultimo terzino. Il film, a livello visivo, ci urla a pieni polmoni che il protagonista sta parlando con Dio e, non appena anche gli spettatori che stavano limonando lo hanno compreso, ecco che parte un magnetico FIGLIO DI PUTTANA che strappa un applauso mentale a mezza platea.
La scena migliore di un ottimo film.

LA FRASE:
"Figlio di puttana!" (Liam Neeson a Dio)


                  
Il Trailer è ingannevole, guardatelo con gli occhi di quelli 
sgamati che "già me l'hanno detto i blog..."

mercoledì 6 febbraio 2013

RECENSIONI - Looper


Appunto, LOOPER.

Ovvero:

"Ciao cari nemici, sono Bruce Willis, se volete farmi secco rivolgetevi al "me stesso mezza sega da giovane" perché altrimenti non ci cavate i piedi."


Si, siamo vivi. Sto parlando di noialtri ragazzi di CINEDIPENDENTE, che negli ultimi mesi non abbiamo pubblicato uno straccio di articolo. Inattività totale: tanto totale che Google ci ha inoltrato una mail per chiederci se eravamo vivi. Noi gli abbiamo risposto che "si, caspita, vivissimi", ma loro non lo hanno letto perché siamo finiti (giustamente e senza passare dal via) nella casella della SPAM. Ciò mi porta a pensare che siano ancora preoccupati.

Dunque, questa recensione potrebbe rivelarsi noiosa, perciò ho deciso di inserire di tanto in tanto delle facce DA GIUSTO di Bruce Willis che tengano alto il livello dell'attenzione e della simpatia. Via con la prima slide:


"Ho un cazzo di orecchio destro enorme. Eh eh!"

CAPITOLO 1: QUELLO DELLE COSE DATE PER SCONTATO MA "OK..."

Anno di grazia 2044. Un manipolo di giovanotti con la faccia pochissimo sveglia [si, vi sto raccontando un po' di trama - è uno sporco lavoro]. Si drogano come bestie utilizzando una specie di liquido che si assume dagli occhi come il collirio ma che collirio, evidentemente, non è. Sono dei killer professionisti e, siccome siamo in un film di fantascienza, le loro vittime sono tutt'altro che canoniche: essi uccidono infatti dei tizi che l'associazione criminosa a cui sono sottoposti spedisce loro dal 2074, anno in cui i viaggi del tempo saranno già stati inventati. I giovanotti sopracitati sono i LOOPERS, e da qui credo provenga il titolo della pellicola. Credo.

Su come sia possibile viaggiare nel tempo e su come questa specie di squadra di uccisori sia riuscita a essere messa in piedi non ci sarà mai detto nulla, mai. L'unica certezza che avremo è che come delegato al controllo delle operazioni del 2044 l'associazione ha spedito lo "scemo e più scemo" che non è Jim Carrey. Null'altro ci sarà mostrato.
Ma ok... (1)

Andiamo avanti. I giovanotti passano il loro tempo ridendo, sballandosi e sparando a dei tizi apparsi dal nulla che in seguito inceneriscono con rimarchevole professionalità. Il personaggio principale di questa allegra compagine si chiama Joe ed è interpretato da Joseph Gordon Levitt, il classico attore che,  fossi un regista, in un Teen horror movie farei morire per primo. E pure male. Levitt ha la classica faccia dell'attore bambino che appena gli sbuca un pelo di barba viene allontanato e un paio d'anni dopo lo ritrovi al SERT spaccato di eroina. Come adulto vale meno di una videocassetta smagnetizzata del film di SuperMario. Eppure è lì, a fare il killer cazzuto, e ad aggravare la situazione c'è che nel film interpreta Bruce Willis da giovane! Cioé, un momento. Non scherziamo. Anzi, nemmeno discutiamone. Pausa.


Mettiamo da parte l'esecrabile scelta di casting e proseguiamo.
Dunque, colpone di scena (ho detto COLPONE DI SCENA, quindi se non volete sapere niente superate la prossima foto di Bruce e continuate da lì): si scopre che a chiusura del contratto ogni LOOPER deve uccidere il proprio doppio speditogli dal futuro perché "siamo i cattivi e non vogliamo lasciare tracce delle nostre cagate illegali". Il loro "me stesso vecchio" muore e al killer vengono datti un pacco di lingotti per godersi la vita, la quale avrà però un'insindacabile durata di non più di trent'anni, tempo dopo il quale il LOOPER verrà preso, rispedito indietro e fatto secco dal sé stesso ragazzino e così via. Un LOOP. E anche da qui, credo, il titolo.

I motivi per cui i looper vecchi vengono rispediti indietro non ci sono spiegati mai. O almeno mai in modo anche solo vagamente convincente. 
Ma ok...(2)

La smetto con la trama perché stiamo entrando nella zona rossa che si traduce nel conciso pensiero "dimmelo e m'incazzo". E anche perché un pochino mi sto annoiando. Tuttavia, vi dico che in ordine sparso abbiamo: 

- Una signora giapponese molto bella che ci viene montata a neve che neanche Orson Welles nel Terzo uomo ma che poi viene inspiegabilmente dimenticata dalla pellicola.
Ma ok...(3)

- Uno scagnozzo veramente stupidissimo, talmente stupido che a un certo punto ti chiedi il perché ti venga mostrato in continuazione e ti rispondi che sicuramente avrà una certa rilevanza nel finale. E ti rispondi male, perché non è così. E' shiemo e basta.
Ma ok...(4)

- Da una parte un protagonista spocchioso e addicted che nel giro di una vomitata non è più addicted e si sente in vena di salvare l'umanità e dall'altra un co-protagonista sensibile e maturo che in cinque minuti perde il lume della ragione (detto anche Il lume di Bruce Willis) e comincia a sparare ai bambini per i campi.
Ma ok...(5)

Potrei andare avanti, ma credo di avervi già dato la misura di quanti Ma ok...lo spettatore deve ingoiare per tentare di godersi appieno la pellicola.
Alla fine, mi dicevo, sono solo dei banalissimi Ma ok..., i film di fantascienza sono come gli orologi, non importa se certi ingranaggi sono sporchi, logori o montati come viene, l'importante è che segnino l'ora esatta.
E qui son cazzi.

 ahi ahi! Ha detto che sono cazzi

CAPITOLO 2: HO DETTO CHE SONO CAZZI

E lo sono per davvero, purtroppo.
Il pasticciaccio brutto della fantascienza legata ai viaggi spazio-temporali sta nel fatto che se tu, regista, mi inventi un mondo parallelo in cui dei killer si sparano su e giù per i decenni, poi ti devi preoccupare di rendermelo credibile, logico e inattaccabile. Insomma, ci devi prestare attenzione, molta attenzione. Emmet Brown, per esempio, ne ha prestata parecchia. Hai in mano una bella idea, certo, ma sei a centomila anni luce dall'averla srotolata su una sceneggiatura a comparti stagni priva di angoli bui e domande lasciate in sospeso. C'è già stato Dick, ci sono già stati Gibson e quel gran paraculo dal talento mostruoso che corrisponde al nome di Christopher Nolan. Insomma, stai camminando sulle uova con le scarpe da cantiere. 
I Ma ok mi stanno bene, perché a volte immolare la credibilità di certe scene o omettere talune spiegazioni che fondamentalmente potrebbero portare lo spettatore alla noia (il come funzionano i viaggi nel tempo, per esempio) in nome del grande disegno logico-narrativo a cui esse sono subordinate, ecco, a volte è cosa buona e giusta. Ma se alle spalle di queste sviste ci sta il Carnevale di Rio delle incongruenze allora sei proprio fesso, mi sbagli su tutti i fronti.

Perché la verità è questa, ragazzi: in LOOPER non torna un cazzo. Poi certo, uno può essere buono e mettersi lì di gran lena a completare dei percorsi logici che la sceneggiatura ha bellamente ignorato, ma la sostanza non cambia. Il film è sbagliato, nel cuore (i Ma ok...) e nel cervello (Il Carnevale di Rio).

"Ehi, ma non c'era una giapponese nel primo tempo?"

CAPITOLO 3: BRUCE WILLIS

...Ovvero dove si parla dell'unica concreta ragione per vedere il film. Ve lo dico subito, Bruce Willis è totalmente sprecato, il suo personaggio è scritto male ed è lasciato a larghi tratti in secondo piano. 
Tuttavia a un certo punto i cattivi lo catturano e lo portano alla loro base per, probabilmente, farlo secco: grave errore. Bruce li disarma riempendoli di botte, ruba i loro mitra e in trenta (forse quaranta) secondi li massacra tutti, capo compreso. E mica erano pochi. Cioé, tutta questa organizzazione criminale super-pompata spazzata via da Bruce nel tempo che una persona impiega in media per scartare un Bacio perugina.

MORALE DELLA FAVOLA

Non c'è nessuna morale della favola: oddio, in realtà la pellicola qualche spunto filosofeggiante lo solleverebbe (altra grave pecca, di solito la sci-fi solleva degli tsunami filosofeggianti), ma non ve ne parlerò perché si tratta per lo più di "riflessioni morali da tonti che fanno gli americani". Manca la complessità esistenziale tipica del genere, manca la cattiveria, la critica sociale. Manca ciò che ha reso i romanzi di Dick le pietre miliari che sono, ovvero quella sorta di complessità ludica che è cuore e motore di questo genere di racconti e che ti spiega il dramma della modernità mentre fa saltare per aria delle astronavi.

ben detto, imbecille!

                                     
                   

lunedì 9 aprile 2012

[revisioni] Una vita al massimo


True Romance ("Una vita al massimo" secondo il parere discutibile del titolista italiano) è un cult movie. Di quelli con le scene madri che stanno in piedi da sole, di quelli che propongono una visione della vita (in questo caso dell'amore) capaci di rilanciare un immaginario. Di quelli che puoi prendere un personaggio a caso, farci un poster ed essere sicuro di aver incorniciato un'icona. Di quelli pieni di attori famosi anche in ruoli minori (qui LUI e LUI, per esempio) e di attori che sarebbero diventati famosi in un paio d'anni (LUI, e perché no anche LUI). Di quelli del primo Tarantino, per intenderci, quello veramente tosto e detonante. Quello che ancora oggi gli sceneggiatori post-post-post moderni (chiamateli come volete) cercano vanamente di imitare domandandosi come diavolo abbia fatto quel ragazzino a calare delle linee di dialogo piene di stronzate scritte così bene, talmente buone da rischiare di trascendere il plot e portare a casa il film da sole. Voi lo andreste a vedere un Tarantino del primo periodo se vi dicessero che i personaggi non si alzano mai dal tavolo di uno Starbuck's e continuano per tutto il tempo a disquisire sull'importanza delle salse nei Roadhouse Grill? Io subito. Sbaverei (e non per le salse). Quindi il dialogo, in Tarantino, batte lo scheletro narrativo dieci a zero e fuori casa. Fuori Casa, dico, perché di solito un film iper-saturo di dialoghi è verboso e sfiancante, e in ogni caso il dialogo è di per sé un accessorio sempre pericoloso da usare in un'arte, il cinema, che è visione per antonomasia. Quello di Tarantino sarebbe potuto essere addirittura un cinema dell'assurdo, se avesse messo in atto le conseguenza del suo essere. Pensateci, è talmente brillante il modo in cui il buon Quentin ci porta verso la catarsi della violenza, talmente perfetto e dilatato, che quando poi la violenza accade rimaniamo quasi delusi. Ne volevamo ancora, di attesa. Ma sto uscendo di strada, perché il film che sto recensendo NON è diretto (ma "solo" scritto) da Tarantino. 
  Dunque, ricapitoliamo: sei un regista, hai in mano un ottimo soggetto padre di una sceneggiatura fuori dalla grazia del signore, hai i soldi e il tuo agente di casting ti porta agli studios una schiera di attori tanto bravi e numerosi da mettere in imbarazzo Robert Altman. Però hai un problema: ti chiami Tony Scott, ti piacciono un sacco i colori iper-saturi, la semplicità narrativa e non hai smaltito ancora del tutto la cocaina che ti sei pippato negli anni '80. In più, il tuo problema si declina in un'aggravante: sei ASSOLUTAMENTE sicuro di te.


  Per carità, magari fai pure bene, stai per girare un film con le premesse di cui sopra, un progetto così lo porterebbe a casa pure il Woody Allen di Hollywood Ending, insomma, difficile far danni. Però, ti ripeto, ti chiami Tony Scott, hai diretto TOP GUN e ti strappi un pelo del culo ogni volta che ti viene in mente che tuo fratello ha fatto BLADE RUNNER. Pertanto, riesci nell'impresa, riesci a fare danni, finendo per ottenere un sei stiracchiato da quello che poteva essere un capolavoro. Si, Tony, applichi una messinscena sciatta e sconclusionata a un film che avrebbe voluto una scenografia e un montaggio plastici e asserviti ai personaggi. Un esempio, Dennis Hopper abita vicino a dei binari del treno in funzione, dove "in funzione" significa che i treni continuano a passare. Alla fine del film quanti si ricordano questa cosa? Ok, tutti, ma se ne ricordano come di un mero dato di fatto, non si accende quella scintilla iconica che un regista dotato avrebbe saputo far accendere anche su un particolare come questo, molto di secondo piano. Scott inquadra tante cose ma non ne descrive nessuna. Altra cosa, il film in sede di sceneggiatura era stato scritto NON in ordine cronologico, un po' come PULP FICTION, presumo: ecco, perché raccontarlo nell'ordine "giusto"? L'estrema semplicità del plot NECESSITAVA, a mio avviso, di una complessità temporale, era stata progettata per questo. Bah, forse Tony temeva di spaventare i Topgunners. Altra questione, lo Scott piccolo coreografa bene. Dissento. Se nella scena finale, con tutte le fazioni schierate nella camera del produttore, a un qualsiasi personaggio fosse venuta in mente una battuta demenziale, ecco che ci saremmo ritrovati in un film di Mel Brooks. Certo, c'è del buono, anche il nostro Tony a più riprese si dimostra brillante, però... però non mi puoi sbagliare un film che contiene questa scena:


Non mi puoi sbagliare un film in cui c'è lei, che dice pure che lo aspetta in camera a vedere i film sporchi:

Ma soprattutto non puoi commettere leggerezze mentre sotto il naso ti esce quest'altro film:


Che è pure lui un film sul Vero Amore e pure lui è un cult movie, ma possiede una terza caratteristica: è un buon film. Non un sei stiracchiato.

giovedì 15 marzo 2012

[recensione] Posti in piedi in paradiso



Cinema.

Buio in sala. Trailer prima del film.

Chi c'è?”

Ci sono Verdone, Favino, Giallini, la Romanoff e la bonazza, quella bionda. La moglie di Virzì, hai presente?”

Chi, la Ramazzotti?”

Sì, lei”


lei

Bene. Cos'è, Manuale d'amore 7?”

No”

Maschi contro femmine 5?”

No”

Notte prima di qualcosa?”

No. E' l'ultimo di Verdone: Posti in piedi in paradiso”

Ah, ecco. E' che 'sti film si somigliano un po' tutti”

Già...”

No, perché c'è Verdone che c'è stato in Manuale d'amore...”

Sì”

Giallini che ora c'è sempre. Favino che c'è sempre stato e continua ad esserci sempre. Poi la moglie di Virzì e quella che faceva i film con Muccino prima che Muccino se la tirasse. Ah! C'è anche Muccino piccolo?”

No, lui no”

Bene”

Primo tempo.

Puttana, che amarezza esistenziale”

Già...”

Cazzo! Verdone fa il giovane coi Doors”

Giovane?”

Fine primo tempo.

Cavolo quanto è serio 'sto Verdone! Non risparmia niente ai quei poveri cristi. La crisi economica, i fallimenti familiari, i figli ingrati...”

Almeno chiavano. E quell'attrice giovane ha fatto vedere anche le tette”

Secondo tempo inoltrato.

Ma quando finisce? Non ne posso più. Qua non tromba più nessuno. Poi, prima erano cazzi amari tutto il giorno e invece ora tutti si voglion bene. Sembra uno spot di Buttiglione”

...”

Cazzo fai, dormi?”

...”

Titoli di coda

Quant'è che ha incassato finora 'sta merda di film?”

6 milioni. Lo pompano da dicembre”

Ma è marzo...”

Appunto”

Senti... Andiamo a casa che danno Risi in tv?”

Ok”





D.M.
(Voto: * ½ )

venerdì 2 marzo 2012

[(mini)recensioni] Hysteria + Knockout

Donne con le palle


Hysteria 




Ti aspetti un'arguta e deliziosa commedia all'inglese e invece ti propinano una farsaccia cui il modello di riferimento è la comicità pruriginosa e volgare di “Tutti pazzi per Mary”. Data la provenienza americana di regista, sceneggiatori e metà cast, c'era forse da aspettarselo. L'invenzione del vibratore è usata come giustificazione di partenza per parlare del ruolo sociale delle donne in epoca Vittoriana , con un occhio ai giorni nostri. La Gyllenhall fa la suffragetta e la Jones fa la sorella conformista. Il medico liberal interpretato da Hugh Dency deve scegliere tra le due. Sapendo già come va a finire dopo dieci minuti, la noia regna sovrana. I restanti ottanta minuti sono infatti uno strazio di scenette comiche infantili e di dialoghi stantii. Infine, imbarazzante nonché ipocrita il finale, dove la Suffragetta, che giustamente rivendica indipendenza e potere sociale riesce ad avere la meglio sulla vita carogna SOLO grazie all'aiuto di un uomo. La sala (gremita di giovani), comunque, apprezza: mai sentite in vita mia così tante risate durante la proiezione di un film. Mi rimane quindi un dubbio: sono io di gusti difficili o sono loro di bocca buona? A voi la risposta.

Voto: * ½ (sarebbe *. Il mezzo in più è tutto del redivivo Rupert Everett, che svetta sugli altri attori e regge di peso l'intero film, anche grazie all'unico personaggio scritto in maniera decente dagli sceneggiatori)


Knockout – Resa dei conti



Steven Soderbergh ce l'ha fatta di nuovo: raccontando una storiella dal soggetto esile esile e dallo svolgimento risaputo è riuscito a realizzare un film dove la componente tecnica è talmente superba che non si può che rimanere ammaliati. Il buon Steven – insieme all'altro grande autore "mainstream” di Hollywood, David Fincher – sta infatti definendo la grammatica del cinema hollywoodiano a venire, creando la forma classica del domani. In pratica sta facendo, per gli anni '10 (fa specie scrivere '10), quello che Tarantino ha fatto per i '90 (partendo da indipendente, in realtà), Spielberg per gli '80, Coppola per i '70 e così via. Per quel che riguarda Knockout nello specifico, la storia è veramente semplice: una mercenaria a contratto cerca vendetta dopo essere stata tradita dal datore di lavoro. Al di là della messa in scena, è notevole la costruzione narrativa a flashback e l'interpretazione della Carano, vera lottatrice professionista prestata al cinema. La sua performance (anche fisica) non sfigura davanti ai vari Fassbender, Douglas, Banderas, McGregor... Mi preme infine sottolineare come Knockout sia un vero film “femminista” (quello che Hysteria si spaccia di essere, ma non è), dove l'unica donna presente nel film (è davvero l'unica, fateci caso) ha la meglio su una schiera di uomini solo grazie alle sue capacità. Che dire? Bravo Soderbergh!

Voto: ***

D.M.

mercoledì 29 febbraio 2012

[recensione] In Time


Moda 2012: socialismo in salsa Hollywood

In Time, ultimo film di Andrew Niccol, è il tipico film “alla” Andrew Niccol. Cosa intendiamo per film “alla Niccol” è presto detto: una pellicola che parte da uno spunto interessante (in questo caso, un futuro imprecisato dove la moneta corrente sarà il tempo e non più il denaro) per poi arenarsi in uno svolgimento banale e alquanto scontato. Quasi che il regista neozelandese voglia involontariamente seguire una sua perversa politica autoriale.



Pensiamo ai suoi film precedenti. Gattaca (1997), S1m0ne (2002) e Lord of War (2005) sono tutti segnati da un rilevante scarto qualitativo tra il soggetto e la sua messa in scena, con menzione speciale per l'ultimo di essi, ritenuto qua a bottega uno dei più brutti film usciti in sala nel decennio trascorso. Mi preme sottolineare che non si tratta di un problema di regia (comunque in linea con la media hollywoodiana), ma di sceneggiatura, intesa come caratterizzazione dei personaggi e – soprattutto – come sviluppo di un climax narrativo. In questo modo, i due principali assi narrativi “niccoliani” vanno a farsi benedire: da un lato la fantascienza (intesa come hollywoodiana/spettacolare) muore soffocata dalla noia, dall'altro l'umanesimo non trova personaggi così profondi da poterlo supportare. Il risultato, quindi, non può che essere un film sterile. Sterile, si badi bene, non brutto, come "non brutti" sono anche tutti gli altri lavori di Niccol (con la già citata eccezione di Lord of War).



La sterilità di In Time è evidente. Riproponendo in chiave futuristica il mito tutto americano del bandito “buono”, rinuncia a conferire al proprio protagonista qualsiasi valenza metaforica e, venendo meno questa chiave di lettura, quello che rimane è il mero stereotipo. Non riuscendo a creare una profondità in tal senso, il film manca clamorosamente il bersaglio della denuncia sociale (quale tenderebbe in partenza) e diventa un semplice action con storia d'amore. Guardando ad altri film celebri che trattano lo stereotipo del bandito,  meglio si comprende l'immane portata del fallimento. Sto parlando di pellicole come, ad esempio, Gangster Story (Arthur Penn, 1967) che, raccontando le gesta di Bonnie e Clyde, evidenziava le fratture sociali scaturite dal Vietnam oppure di Nemico Pubblico (Michael Mann, 2009), acutissimo saggio sull'immagine e la sua rappresentazione mediale, declinato attraverso la figura di John Dillinger. E' dunque inutile riproporre il tema “Bonnie and Clyde” (rivisitato in chiave socialista 2012 del “occupy Wall Street”) se esso manca di profondità analitica e non va al di là di un semplice giovani-belli-anticonformisti-che-rubano-ai-ricchi-per-dare-ai-poveri. Si capisce bene come il populismo e la demagogia siano di lì a un passo.

Tutto questo pistolotto per dire, in definitiva, che In Time non è un brutto film, ma un prodotto di media qualità che ha cercato senza riuscirvi di fare il passo più lungo della gamba, rimanendo incagliato in quella straniante zona che sta tra l'autorialità e il pop-corn: e così, allo spettatore non rimane che l'amaro in bocca per quello che il film avrebbe potuto essere ma non è stato.

Voto: **


D.M

Ndg [Nota di Gratta]: Stento ancora a comprendere tutta questa "politica dell'autore" che si è creata intorno a Andrew Niccol. Non vedo un motivo per cui il suddetto regista debba essere analizzato come un maestro e non come un qualsiasi altro mestierante. Mistero. Altra cosa che non capisco. Justin Timberlake. La sua faccia. Gli schiaffi. La sua faccia e gli schiaffi.

mercoledì 22 febbraio 2012

[recensione] Ink


Questo è davvero di nicchia, ragazzi.
Si dice che l'esordiente Jamin  Winans (classe '77) lo abbia realizzato con venticinquemila dollari, che sarebbero pochissimi in ogni caso, ma diventano una miseria se si considera che il film è un fantasy puro
Già il fatto che in qualche modo la pellicola sia stata portata a termine, pagando effetti speciali, strumentazioni, distribuzione e attori (che sono tantissimi) è un mezzo miracolo. Mi correggo, è un miracolo intero, perché  ad aggiungersi a tutte le inverosimiglianze produttive che ho elencato c'è il fatto che Ink è un discreto film,  a tratti davvero suggestivo e commovente.
Certo, la scarsità di budget si vede e si fa sentire (anche se non quanto si possa immaginare): a tradire la povertà dei mezzi abbiamo, in ordine sparso, una fotografia digitale che spara inspiegabili luci dai contorni delle cose, delle scene action che sembrano il pre-rendering di un livello di Prince of persia, un attore protagonista che ha la faccia da comparsa di film porno, dei make-up sostanzialmente orrendi e delle scenografie povere per forza  che si atteggiano senza riuscirci a povere per scelta. Inoltre, se proprio vogliamo essere pignoli e un poco stronzi, anche molti aspetti che esentano dalle questioni di budget presentano delle carenze: ad esempio, la caratterizzazione di alcuni personaggi è forzata e pretestuosa, talvolta irritante (come nel caso di lui)


e non si trova mai un motivo che sia uno per tifare per i buoni invece che per i cattivi (che saranno anche brutti, sporchi e fastidiosi, ma almeno non sembrano degli hipster vestiti da Fantaghirò). Tuttavia l'insieme regge, perché il film ha una storia da raccontare (se riflettete sul plot a visione ultimata capirete che è meno banale di quanto non sembri immediatamente dopo il twist finale), ha un cuore e una certa forza visiva che fa ben sperare per il futuro di Winans. 
Una specie di Matrix shakerato con Labyrinth e Terry Gilliam e riplasmato in un'idea che odora di nuovo. Direi che con venticinque testoni si può fare di peggio, no?

** 1/2

martedì 21 febbraio 2012

[recensione] The Iron Lady


La tragedia di un film ridicolo

Diciamolo subito: The Iron Lady è un film tremendo. Tremendo su diversi versanti, i più importanti e subordinanti, i più facilmente elencabili: regia, sceneggiatura, soggetto e attori. Pensate che questo sintetico elenco non sia esaustivo? Provate allora a chiedere... Come dite, scenografia e montaggio? Entrambi da vomito. Potreste continuare a domandare per ore, ma vi avverto: FINIRESTE AI SUCCHI GASTRICI.



Menzione speciale per la voce “attori”: è inspiegabile come abbia fatto, ad esempio, la sempre ottima Meryl Streep (stavolta “cofanata”) a sfornare un'interpretazione così sfacciatamente di maniera e stucchevole (fra l'altro inspiegabilmente candidata all'Oscar).

Ndg [Nota di Gratta]: me li immagino quelli degli oscar... "Meryl Streep ha fatto un film quest'anno?" "Pare di si, una biografia..." "L'hai visto?" "No" "Nomination...?" "Massì..."

Gli altri interpreti, poi, sembrano assecondare la linea recitativa dettata della diva, cercando di calcare in senso spettacolare anche il gesto più banale (e fa specie pensare al grande Jim Broadbent in quest'ottica). Questo per dire degli attori. Veniamo alla regia.

Phyllida Lloyd (la regista anche di Mamma Mia, per intenderci) sembra non avere la minima idea di come muovere la macchina da presa in senso cinematografico. La sua sembra più una pessima regia televisiva, intesa come messa in scena basata su semplici effetti di spettacolarizzazione del gesto inutile. Ogni movimento è fine a se stesso, privo di qualsiasi connessione/significazione con l'evento narrato. Lo spettatore, vittima delle vertigini, può solo constatare che la sobrietà non è di casa. Il peggio, però, lo offrono soggetto e sceneggiatura. Il primo, volendo stare in equilibrio tra vita privata e vita pubblica della Tatcher, non riesce ad approfondire nessuno dei due aspetti. La seconda riesce a ridicolizzare il tutto, con dialoghi alquanto banali e situazioni involontariamente comiche (una per tutte, la reazione del marito all'attentato a Brighton: in una delle sequenze che gli autori vorrebbero più drammatiche, per lo spettatore è difficile non ridere).

In conclusione, ci tengo a ribadire una cosa: The Iron Lady è un film tremendo. Mamma mia se lo è!

Voto: *
                                                                                                                                                       D.M.

Ndg [nota di Gratta, più invasivo e inutile del solito]: Ma quanto è bello il concept del poster? Il fatto che ritragga la Tatcher ne devasta la forza, ma se lo avessero usato per Wall Street (il primo) con Gekko e lo skyline di Manhattan oppure, sempre con il succitato sfondo, per il Christian Bale di American Psycho, lo giuro, lo avrei appeso in camera. 

[Home Movies - (Re)visioni Casalinghe] Atto di Forza (Paul Verhoeven, 1990)


Seminale, nonostante tutto

E' il 1990. Si chiude un decennio, gli anni '80, dominato dal culto del corpo. Il cinema non ha fatto che alimentare (con sommo gaudio) questo culto. Da Rambo a Robocop, passando per 9 settimane e 1/2, Nightmare e Dirty Dancing. In ogni suo genere, il cinema americano eighties esalta il corpo umano. Atto di Forza/Total Recall (regia di Paul Verhoeven) arriva a chiudere i conti con questa tematica che ha ossessionato (e continua ad ossessionare) un'intera cultura. Aprendo la strada, peraltro, ad un'altra ossessione quale la realtà virtuale. Ma andiamo con ordine.



Atto di Forza si pone come parola definitiva sul ruolo del corpo e della fisicità all'interno della società. Tra corpo ed intelletto qual'è ad avere la meglio? Senza dubbio il primo. E la cosa risalta ancora di più se si pensa che il film è tutto incentrato sulla sostituzione delle identità e sullo scambio di persona. Ovvero corpi identici, ma psiche del tutto diversa. La pellicola è dunque un manifesto alla fisicità, intesa come celebrazione dell'atto fisico. Atto fisico ovviamente preponderante rispetto all'atto mentale/intellettuale. Una sequenza per tutte: Schwarzy che si libera dal giogo mentale distruggendo pezzo per pezzo (e con gran sfoggio di muscoli) la macchina che lo tiene prigioniero. Estremizzando il concetto, si potrebbe sostenere che il film rappresenti anche la vittoria del fisico anche sulla macchina: il corpo indistruttibile di Schwarzy che demolisce macchine all'apparenza indistruttibili (nota: Schwarzenegger, in quanto Corpo per eccellenza, è ovviamente perfetto per questo ruolo). Macchine, del resto, frutto dell'intelletto umano. 






Questo per dire della corporeità del cinema Usa negli anni '80. Atto di Forza, però, si pone anche come vera e propria pietra angolare del cinema di fantascienza. Basti pensare a quanti film hanno preso a piene mani dalla trama del film di Verhoeven. Johnny MnemonicMatrix e Strange Days in primis, fino ad arrivare – soprattutto – a quel capolavoro che è Inception, vero e proprio aggiornamento/approfondimento di Atto di Forza. A partire dalla struttura narrativa a scatole cinesi tipica del film sul sogno nel sogno, ovvero il sogno nel sogno nel film (che è – di per sé – un sogno), fino ad arrivare alla piattezza psicologica dei personaggi (sono personaggi di un sogno, non hanno spessore). Di Atto di Forza colpisce poi la trasandatezza della scenografia e la sua smaccata artificiosità. Come a dire: è tutto finto; è tutto un sogno. Artificiosità quindi voluta e non subita, dato anche che Atto di Forza – tipico film da incasso – ha goduto di un budget sostanzioso e di tutti i privilegi del caso (dal cast di stelle a un regista come Verhoeven, che dir di punta è dir poco per il 1990).




Atto di Forza rimane dunque in mezzo a due istanze narrative: da una parte l'esaltazione del corpo umano tipica dell'edonismo reaganiano anni '80, dall'altra una seria ed articolata riflessione sullo statuto di verità/finzione che sta alla base del concetto di realtà virtuale. Concetto che infatti verrà ripreso più volte dalla cinematografia di fantascienza durante gli anni '90, fino a diventare vera e propria ossessione negli anni Duemila. Questo suo essere precursore, fa quindi di Atto di Forza un film basilare per la cinematografia odierna.


Voto: ***

D.M.

lunedì 20 febbraio 2012

[recensioni] Take shelter


Vogliamo riaprire il discorso sulla sciagurata distribuzione italiana, che da qualche anno a questa parte un film straniero se non c'è George Clooney ce lo fa vedere COL CAZZO?
Lasciamo perdere. Che tanto per il momento non ci si può fare niente: e così, mentre i multiplex sono infestati da quel supponente ammasso di stronzate precotte che è "Paradiso amaro", ecco che il film BELLO sul senso di famiglia, quello GROSSO, quello DA VEDERE, se ne rimane oltre l'atlantico a raccogliere (meritatissime) lodi. Ve lo dico spassionatamente, scaricatelo (l'originale più i sottotitoli), perché è un capolavoro.
E' il film che avrebbero scritto insieme Malick, Cronenberg e M. Night Shyamalan (ve l'immaginate una compagine più buffa?) se in un ipotetico mondo parallelo si fossero trovati a prendere un aperitivo. Qui abbiamo la messa in scena estatica del primo, la tensione psicologica (psichiatrica) del secondo e il senso di suspance artigianale del terzo (metto in chiaro che a mio parere Shyamalan a girare un film così bello non ci è neanche mai andato vicino). E ad impastare questo turbine di eccellenze abbiamo il calore, il calore umano di cui la pellicola è ricolma e il cui specchio iconico sono gli occhi di lei:


Parla del voler bene, questo film, e poche pellicole lo hanno fatto in modo così brillante negli ultimi anni e pochi personaggi lo hanno mostrato così bene come quello splendidamente interpretato da Jessica Chastain, moglie dolce ma combattiva, pronta ad andare contro a tutto e a tutti per riprendersi indietro la vita che gli si sta squagliando tra le mani. Sulla trama   non vi dico niente, anticipandovi tuttavia che il film è un THRILLER psicologico (che l'ultimo paragrafo potrebbe indurvi a pensare di trovarvi di fronte a un drammone in salsa yankee): e che la regia di Nichols è di quelle che ti fa pensare che il ragazzo avrà un futuro di quelli brillanti davvero (messa da parte la regia glaciale ed elegante, pensate anche solo all'utilizzo del suono nel risveglio dal primo incubo, da antologia). Infine (last but not least) c'è lui:


La faccia di Michael Shannon renderebbe disturbante anche un episodio de "La casa nella prateria", la sua interpretazione di Curtis LaForche renderebbe buono anche un film mediocre (e questo è un GRANDE film).  Shannon è uno dei più grandi attori della nuova generazione, dovreste visionare "Take shelter" anche solo per applaudire la sua prova.
Un film immenso, il cui twist finale per una volta (e al contrario che nei film di Shyamalan) è portatore di una chiava interpretativa struggente e catartica.
Perché se è vero che il mondo è un brutto posto, è altrettanto vero che talvolta il suo caos può avvicinare la vita all'arte o, più semplicemente, trasfigurare l'amore in un orizzonte buio e tempestoso.

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Ndg [nota di Gratta]: Finalmente una pellicola che, sul suo stesso campo, lo ficca dritto nel culo a quel guazzabuglio sopravvalutato che è Donnie Darko.