mercoledì 29 febbraio 2012

[recensione] In Time


Moda 2012: socialismo in salsa Hollywood

In Time, ultimo film di Andrew Niccol, è il tipico film “alla” Andrew Niccol. Cosa intendiamo per film “alla Niccol” è presto detto: una pellicola che parte da uno spunto interessante (in questo caso, un futuro imprecisato dove la moneta corrente sarà il tempo e non più il denaro) per poi arenarsi in uno svolgimento banale e alquanto scontato. Quasi che il regista neozelandese voglia involontariamente seguire una sua perversa politica autoriale.



Pensiamo ai suoi film precedenti. Gattaca (1997), S1m0ne (2002) e Lord of War (2005) sono tutti segnati da un rilevante scarto qualitativo tra il soggetto e la sua messa in scena, con menzione speciale per l'ultimo di essi, ritenuto qua a bottega uno dei più brutti film usciti in sala nel decennio trascorso. Mi preme sottolineare che non si tratta di un problema di regia (comunque in linea con la media hollywoodiana), ma di sceneggiatura, intesa come caratterizzazione dei personaggi e – soprattutto – come sviluppo di un climax narrativo. In questo modo, i due principali assi narrativi “niccoliani” vanno a farsi benedire: da un lato la fantascienza (intesa come hollywoodiana/spettacolare) muore soffocata dalla noia, dall'altro l'umanesimo non trova personaggi così profondi da poterlo supportare. Il risultato, quindi, non può che essere un film sterile. Sterile, si badi bene, non brutto, come "non brutti" sono anche tutti gli altri lavori di Niccol (con la già citata eccezione di Lord of War).



La sterilità di In Time è evidente. Riproponendo in chiave futuristica il mito tutto americano del bandito “buono”, rinuncia a conferire al proprio protagonista qualsiasi valenza metaforica e, venendo meno questa chiave di lettura, quello che rimane è il mero stereotipo. Non riuscendo a creare una profondità in tal senso, il film manca clamorosamente il bersaglio della denuncia sociale (quale tenderebbe in partenza) e diventa un semplice action con storia d'amore. Guardando ad altri film celebri che trattano lo stereotipo del bandito,  meglio si comprende l'immane portata del fallimento. Sto parlando di pellicole come, ad esempio, Gangster Story (Arthur Penn, 1967) che, raccontando le gesta di Bonnie e Clyde, evidenziava le fratture sociali scaturite dal Vietnam oppure di Nemico Pubblico (Michael Mann, 2009), acutissimo saggio sull'immagine e la sua rappresentazione mediale, declinato attraverso la figura di John Dillinger. E' dunque inutile riproporre il tema “Bonnie and Clyde” (rivisitato in chiave socialista 2012 del “occupy Wall Street”) se esso manca di profondità analitica e non va al di là di un semplice giovani-belli-anticonformisti-che-rubano-ai-ricchi-per-dare-ai-poveri. Si capisce bene come il populismo e la demagogia siano di lì a un passo.

Tutto questo pistolotto per dire, in definitiva, che In Time non è un brutto film, ma un prodotto di media qualità che ha cercato senza riuscirvi di fare il passo più lungo della gamba, rimanendo incagliato in quella straniante zona che sta tra l'autorialità e il pop-corn: e così, allo spettatore non rimane che l'amaro in bocca per quello che il film avrebbe potuto essere ma non è stato.

Voto: **


D.M

Ndg [Nota di Gratta]: Stento ancora a comprendere tutta questa "politica dell'autore" che si è creata intorno a Andrew Niccol. Non vedo un motivo per cui il suddetto regista debba essere analizzato come un maestro e non come un qualsiasi altro mestierante. Mistero. Altra cosa che non capisco. Justin Timberlake. La sua faccia. Gli schiaffi. La sua faccia e gli schiaffi.

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