mercoledì 8 febbraio 2012
[il sottovalutato del mese] Hereafter e il bicentenario della nascita di Charles Dickens
Clint Eastwood fa parlare di sé con lo spot per il Superbowl, J. Edgar occupa ancora le nostre sale in una selva di pareri contrastanti ma, soprattuto, ieri era il duecentesimo anniversario della nascita di Charles Dickens, che il film che titola questo articolo cita a più riprese.
Tutte queste coincidenze (che non sono proprio coincidenze e non sono proprio tante, ma 'sticazzi) mi portano a parlare di "Hereafter", penultima fatica di Clint, che inaugura la nostra nuova rubrica "il sottovalutato del mese". Molti di voi staranno già caricando la saliva per sputarmi addosso, compreso l'amico Mazzoni, ma prima di aprire il fuoco godetevi questa scena, che da sola basta a farmi dire che "Hereafter" è un capolavoro (splut!... ragazzi, vi avevo detto di aspettare!!!)
Il filmato della sequenza è QUI
Cristo, mi sono commosso un'altra volta, tanto che ormai non riesco più a distinguere le lacrime dallo sputo di cui mi avete ricoperto. Non è forse una magia cinematografica quella a cui avete assistito? Ma basta fare l'imbonitore, è ora di argomentare.
[argomentare è il modo che abbiamo di inventare motivazioni per convincere gli altri di una cosa che per noi non ha bisogno di motivazioni]
Dunque, di Dickens "Hereafter" non è né una riduzione né una biografia, tanto per scartare a priori i rapporti più diretti che un film può instaurare con un'opera letteraria e con il suo autore. Certo, tematiche dickensiane percorrono la pellicola in modo piuttosto evidente: abbiamo, per esempio, la storia di formazione a lieto fine del bambino e i fantasmi visti come figure educative. Ma tutto questo non basterebbe se ad accomunare il film di Clint con gli scritti del maestro inglese non ci fosse quello che in questa sede chiamerò il "calore", ovvero l'umanità nel raccontare gli uomini con la discreta ma immensa passione utile a rendere anche il più banale dei gesti una metafora portatrice di verità. Ecco in cosa "Hereafter" è dickensiano e immenso. Nel suo essere "umano", intimo, vero: nel suo lento e garbato corteggiarci, senza mai apparire violento (nel senso semiotico del termine) né ricattatorio, non cercando scorciatoie né baracconate ma seguendo un ritmo tenue e costante, il ritmo di un fiume che placido scorre verso il mare, un ritmo che dà pace. Il ritmo di Charles Dickens, per l'appunto.
"Hereafter" è un film che regala tempo a chi guarda, invece di rubargliene come ormai troppi ipertrofici film sono soliti fare in questi tempi scellerati.
Ora voi direte:
"Sei vecchio, Gratta, parli come un vecchio, come quel vecchio con le palle sotto il mento che invitano sempre da Marzullo!"
Non è così, gentili lettori: perché se è vero che "Hereafter" presenta tutti i crismi di un instant classic, è altrettanto vero che di esso è il superamento o, ancora meglio, la versione 2.0. Perché la materia della pellicola di Eastwood è la modernità, è con essa che dialoga, e l'incedere a tratti rallentato e descrittivo del film complementa il cinema post-moderno (o semplicemente moderno) attestandone tra le righe l'esistenza, l'identità. Come a dire: "Bello il post-moderno... D'ora in poi, perché non facciamo il contrario?. E quindi per assurdo "Hereafter" supera il classico perché più classico, perché frutto di un'operazione razionale di rimozione.
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