Seminale, nonostante
tutto
E' il 1990. Si chiude un
decennio, gli anni '80, dominato dal culto del corpo. Il cinema non
ha fatto che alimentare (con sommo gaudio) questo culto. Da Rambo a
Robocop, passando per 9 settimane e 1/2, Nightmare e Dirty Dancing.
In ogni suo genere, il cinema americano eighties esalta il
corpo umano. Atto di Forza/Total Recall (regia di Paul Verhoeven) arriva a
chiudere i conti con questa tematica che ha ossessionato (e continua
ad ossessionare) un'intera cultura. Aprendo la strada, peraltro, ad
un'altra ossessione quale la realtà virtuale. Ma andiamo con ordine.
Atto di Forza si pone come parola definitiva sul ruolo del corpo e della
fisicità all'interno della società. Tra corpo ed intelletto qual'è
ad avere la meglio? Senza dubbio il primo. E la cosa risalta ancora
di più se si pensa che il film è tutto incentrato sulla
sostituzione delle identità e sullo scambio di persona. Ovvero corpi
identici, ma psiche del tutto diversa. La pellicola è dunque un
manifesto alla fisicità, intesa come celebrazione dell'atto fisico.
Atto fisico ovviamente preponderante rispetto all'atto
mentale/intellettuale. Una sequenza per tutte: Schwarzy che si libera
dal giogo mentale distruggendo pezzo per pezzo (e con gran sfoggio di
muscoli) la macchina che lo tiene prigioniero. Estremizzando il
concetto, si potrebbe sostenere che il film rappresenti anche la
vittoria del fisico anche sulla macchina: il corpo indistruttibile di
Schwarzy che demolisce macchine all'apparenza indistruttibili (nota:
Schwarzenegger, in quanto Corpo per eccellenza, è ovviamente
perfetto per questo ruolo). Macchine, del resto, frutto
dell'intelletto umano.
Questo per dire della
corporeità del cinema Usa negli anni '80. Atto di Forza, però, si
pone anche come vera e propria pietra angolare del cinema di
fantascienza. Basti pensare a quanti film hanno preso a piene mani
dalla trama del film di Verhoeven. Johnny Mnemonic, Matrix e Strange Days in primis,
fino ad arrivare – soprattutto – a quel capolavoro che è
Inception, vero e proprio aggiornamento/approfondimento di Atto di
Forza. A partire dalla struttura narrativa a scatole cinesi tipica
del film sul sogno nel sogno, ovvero il sogno nel sogno nel film (che
è – di per sé – un sogno), fino ad arrivare alla piattezza
psicologica dei personaggi (sono personaggi di un sogno, non hanno
spessore). Di Atto di Forza colpisce poi la trasandatezza della
scenografia e la sua smaccata artificiosità. Come a dire: è tutto
finto; è tutto un sogno. Artificiosità quindi voluta e non subita,
dato anche che Atto di Forza – tipico film da incasso – ha goduto
di un budget sostanzioso e di tutti i privilegi del caso (dal cast di
stelle a un regista come Verhoeven, che dir di punta è dir poco per
il 1990).
Atto di Forza rimane
dunque in mezzo a due istanze narrative: da una parte l'esaltazione
del corpo umano tipica dell'edonismo reaganiano anni '80, dall'altra
una seria ed articolata riflessione sullo statuto di verità/finzione
che sta alla base del concetto di realtà virtuale. Concetto che
infatti verrà ripreso più volte dalla cinematografia di
fantascienza durante gli anni '90, fino a diventare vera e propria
ossessione negli anni Duemila. Questo suo essere precursore, fa
quindi di Atto di Forza un film basilare per la cinematografia
odierna.
Voto: ***
D.M.



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