martedì 21 febbraio 2012

[Home Movies - (Re)visioni Casalinghe] Atto di Forza (Paul Verhoeven, 1990)


Seminale, nonostante tutto

E' il 1990. Si chiude un decennio, gli anni '80, dominato dal culto del corpo. Il cinema non ha fatto che alimentare (con sommo gaudio) questo culto. Da Rambo a Robocop, passando per 9 settimane e 1/2, Nightmare e Dirty Dancing. In ogni suo genere, il cinema americano eighties esalta il corpo umano. Atto di Forza/Total Recall (regia di Paul Verhoeven) arriva a chiudere i conti con questa tematica che ha ossessionato (e continua ad ossessionare) un'intera cultura. Aprendo la strada, peraltro, ad un'altra ossessione quale la realtà virtuale. Ma andiamo con ordine.



Atto di Forza si pone come parola definitiva sul ruolo del corpo e della fisicità all'interno della società. Tra corpo ed intelletto qual'è ad avere la meglio? Senza dubbio il primo. E la cosa risalta ancora di più se si pensa che il film è tutto incentrato sulla sostituzione delle identità e sullo scambio di persona. Ovvero corpi identici, ma psiche del tutto diversa. La pellicola è dunque un manifesto alla fisicità, intesa come celebrazione dell'atto fisico. Atto fisico ovviamente preponderante rispetto all'atto mentale/intellettuale. Una sequenza per tutte: Schwarzy che si libera dal giogo mentale distruggendo pezzo per pezzo (e con gran sfoggio di muscoli) la macchina che lo tiene prigioniero. Estremizzando il concetto, si potrebbe sostenere che il film rappresenti anche la vittoria del fisico anche sulla macchina: il corpo indistruttibile di Schwarzy che demolisce macchine all'apparenza indistruttibili (nota: Schwarzenegger, in quanto Corpo per eccellenza, è ovviamente perfetto per questo ruolo). Macchine, del resto, frutto dell'intelletto umano. 






Questo per dire della corporeità del cinema Usa negli anni '80. Atto di Forza, però, si pone anche come vera e propria pietra angolare del cinema di fantascienza. Basti pensare a quanti film hanno preso a piene mani dalla trama del film di Verhoeven. Johnny MnemonicMatrix e Strange Days in primis, fino ad arrivare – soprattutto – a quel capolavoro che è Inception, vero e proprio aggiornamento/approfondimento di Atto di Forza. A partire dalla struttura narrativa a scatole cinesi tipica del film sul sogno nel sogno, ovvero il sogno nel sogno nel film (che è – di per sé – un sogno), fino ad arrivare alla piattezza psicologica dei personaggi (sono personaggi di un sogno, non hanno spessore). Di Atto di Forza colpisce poi la trasandatezza della scenografia e la sua smaccata artificiosità. Come a dire: è tutto finto; è tutto un sogno. Artificiosità quindi voluta e non subita, dato anche che Atto di Forza – tipico film da incasso – ha goduto di un budget sostanzioso e di tutti i privilegi del caso (dal cast di stelle a un regista come Verhoeven, che dir di punta è dir poco per il 1990).




Atto di Forza rimane dunque in mezzo a due istanze narrative: da una parte l'esaltazione del corpo umano tipica dell'edonismo reaganiano anni '80, dall'altra una seria ed articolata riflessione sullo statuto di verità/finzione che sta alla base del concetto di realtà virtuale. Concetto che infatti verrà ripreso più volte dalla cinematografia di fantascienza durante gli anni '90, fino a diventare vera e propria ossessione negli anni Duemila. Questo suo essere precursore, fa quindi di Atto di Forza un film basilare per la cinematografia odierna.


Voto: ***

D.M.

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