lunedì 13 febbraio 2012

[l'invisibile del mese] The limits of control


"Two espressos in two separate cups..."

Le rubriche fioccano!
Forse una simbiosi con le intemperie di questi giorni? Boh, chissenefrega.
Con questo appuntamento cercheremo di proporvi i migliori film che sono stati trascurati dalle distribuzioni italiane ma che meritano assai più riguardo di certe schifezze che invece le sale le infestano.


Dunque, "The limits of control". A girarlo non è stato un astro nascente, ma il cazzutissimo maestro che è Jim Jarmusch (che adesso pare stia girando un film di vampiri con Michael Fassbender... Mi fido alla grande!). La critica americana lo ha più o meno falcidiato, ma vi basterà un breve tour su rottentomatoes (database che raccoglie la media di gradimento di tutte le recensioni a stelle e strisce) per rendervi conto di quanto poco gli yankee ci azzecchino. E non ci hanno azzeccato nemmeno questa volta, perché la pellicola in oggetto è un filmone.



Ai più lungimiranti di voi sarà bastata la locandina (vi sento, siete già in strada che correte al più vicino "Feltrinelli International", vi vedo passare all'interno del cerchio rosso, di fianco a Isaac de Bankolé).
Ma quanto è maledettamente bella? Spoglia, pop, beat e blaxploitation allo stesso tempo, calda eppure marziale. Mi è capitato raramente di parlare del poster di un film. Forse mai. Ma qui mi sono arreso, se non altro perché avendo visionato la pellicola so per certo che quella custodia non contiene uno strumento.
"The limits of control" è un film geometrico, fatto di ripetizioni e atti rituali, ma la sua geometria non costruisce un poligono, ma le linee di costruzione di esso, mostrandoci ciò che in un film di genere solitamente viene tagliato e nascondendoci quasi del tutto il plot. Un film sul fuori campo, insomma, costellato da stralunati incontri tutti uguali tra il protagonista e dei misteriosi personaggi (su tutti quello dell'ossigenata Tilda Swinton, magnifica portatrice del significato dell'intera pellicola), che parla in modo più esplicito di quanto non si direbbe a prima vista (eh eh) dei limiti dello sguardo umano e, in seconda battuta, di quelli del cinema. Il controllo della regia di Jarmusch è lo stesso, marziale, del misterioso protagonista, il loro incedere lineare e immemore, il loro essere spogli di tutto ciò che non sia basico (necessario), porta ben presto il noir su binari metafisici e astratti, che per antitesi ci insegnano che non c'è situazione più importante di quella presente e non c'è atto più fondamentale di quello che si sta compiendo.
Sempre.

****


Nessun commento:

Posta un commento